«Mia moglie è in viaggio E io ho scoperto com’è duro il suo lavoro»

Caro Direttore,
so di tirarmi addosso, con questa lettera, le urla di molti maschi, però mi trovo costretto, mio malgrado, a rendere merito a mia moglie. Deve sapere, Direttore, che la mia consorte è dovuta partire per un viaggio di lavoro che la terrà via per sei giorni da casa. È la prima volta che succede ma io, con la solita baldanzosa aria di noi maschietti, l'ho rassicurata: vai pure che qui penso a tutto io. Il problema, direttore, è che noi abbiamo anche due figli, di cinque e otto anni, che presi nel weekend, o in quei venti minuti serali durante la settimana, quando torniamo dal lavoro, non sembrano così impegnativi. Ma se te li ritrovi da gestire, da solo, per giorni interi possono mandarti in analisi. Ma come diavolo fanno le mogli? Quale segreto hanno? In questi sei giorni mi trovo a lavorare fino alle 15, scappare all'asilo dove il piccolo esce alla 15.45; subito dopo, lo prendo per mano e corriamo a scuola a recuperare il grande che finisce alle 16.30. Mica finita perché devo portare, alle 17, il grande a calcio, prendere al volo la macchina e spedire il piccolo in piscina. Aspettare la fine dei due allenamenti, farsi in quattro per cambiare al volo il minore in modo da poter recuperare, in tempo, il più grande. Come se non bastasse, a casa bisogna preparare da mangiare (sa quanto possono mangiare due bimbi affamati?), mettere i loro panni sporchi nella lavatrice, prepararli per la notte tra denti da lavare e lattino del buon ristoro. Poi, subito a pensare a cosa fargli indossare il giorno dopo perché la sveglia suona alle 7.00: colazione da preparare, bimbi da vestire, igiene personale e corse a scuola ed asilo. Per fortuna, poi, in ufficio, mi "riposo". Ebbene, sì, caro Direttore, questa è un’esperienza che mi ha provato e, soprattutto, insegnare a non tornare più a casa lamentandomi, con mia moglie, della mia presunta stanchezza


Che dice, Raffaele? Sei giorni da solo? Una tragedia. Pensi che io vado in panico già quando resto due ore con i miei quattro figli. Piuttosto che fare un pomeriggio intero ai ritmi di mia moglie preferirei lavorare una settimana di seguito al Giornale senza mai fermarmi. Pensi che l’altra mattina mi è stata lasciata la piccola da portare all’asilo. Era già lavata e vestita. Bene, le confesso, che nonostante questo prima di riuscire a completare l’operazione «consegna alla maestra» ho chiamato almeno due volte mia moglie al telefono: la prima perché non si trovava la giacca preferita, poi perché c’era un altro problema, non se più se la pettinatura che non funzionava o la maglietta con un disegno non adatto all’umore primaverile. Al decimo capriccio ho alzato bandiera bianca. Del resto il racconto dei pomeriggi di casa Giordano è più ansiogeno di un film di Harrison Ford: alla ricerca dell’arca perduta fra tennis e corso di ginnastica, senza dimenticare il catechismo e danza moderna. Un incrocio di orari che al confronto i piani di volo della Nasa sono uno scherzo. Ed è proprio ascoltando tutto ciò, una di queste sere, che mi sono messo lì a pensare: ma non è che li stiamo viziando un po’ troppo questi figli? Non è che dovremmo prima di tutto insegnare loro a cavarsela da soli? Capisco che oggi è tutto più complicato: c’è più traffico, ci sono più pericoli. Ma aiutarli a crescere significa insegnare loro a diventare indipendenti. Per esempio: mio figlio Lorenzo non potrebbe andare qualche volta a tennis in bicicletta, anziché usare mamma come un taxi? E suo figlio di otto anni non potrebbe cominciare a vestirsi da solo?