La mia Mostra da contestatore contestato

Roberto Faenza

Il '68 a Venezia fu un vento effimero. Avevo appena firmato il mio primo film, Escalation, apologo crudele sui frutti delle contestazioni irrisolte e delle rivoluzioni mancate. Il film stava ottenendo un inaspettato successo in tutto il mondo, così fui invitato a unirmi ai contestatori in qualità di «rappresentante» del mondo giovanile. Arrivai insieme con Cesare Zavattini, il quale, benché alla soglia dei 70 anni, per entusiasmo e candore era più giovane di tutti noi. Appena sbarcati, fummo spediti a tenere una specie di comizio contro la Mostra diretta da Luigi Chiarini, accusato, tra le altre cose, di essere al servizio dello statuto fascista della Mostra, mai modificato nonostante l'origine.

A Venezia trovai alcuni compagni del Movimento studentesco. Si tenevano a distanza dai cineasti per sospette «infiltrazioni» del Pci e del Psi. Secondo loro, i politici già stavano patteggiando il proseguimento della Mostra e il ritiro dei contestatori, facendo leva su un gruppetto di registi storicamente legati ai due partiti. Politicamente venivo dal Movimento studentesco, presto cominciai a non capire il vero senso di quella strisciante occupazione, visto che proprio tra i registi più importanti serpeggiavano palesi contraddizioni e crescenti malumori.

Pasolini, per esempio, era con noi ma non poteva ritirare il suo film Teorema dalla competizione. Quando, finita la contestazione, salendo su un motoscafo venne assalito da ingiurie e lanci di uova, mi ritrovai a fargli da scudo e metterlo in salvo da una piccola masnada inferocita di contestatori dei contestatori. Nel viaggio di ritorno ci trovammo a discutere di quella nostra azione. Con amarezza Pier Paolo mi disse: io non ci sarò, ma vedrai che da qui a poco quelli che oggi protestano guideranno la Mostra. Non si sbagliò. Lo ricorda Tullio Kezich in un suo sarcastico articolo sulla «contestazione Hag», citando Gillo Pontecorvo, in seguito nominato direttore della Mostra.

Dal quel '68 sono passati quarant'anni. È rimasto qualcosa? Non tutto era giusto, ma secondo me neppure sbagliato. Per esempio festival «paralleli» e autogestiti, come Le giornate degli autori o La Settimana della critica, vengono da là. Sono una buona cosa. Forse i festival stessi, le camarille, le proiezioni per addetti ai lavori spesso assetati di sangue, le passerelle dei soliti divi per lo più americani e le premiazioni da parte di giurie stravaganti e non sempre competenti hanno fatto il loro tempo. Dimentico qualcosa?