«La mia musica per la boxe»

Sarà una festa; una jam session con artisti colti e raffinati come Samuele Bersani, Manuel Agnelli degli Afterhours, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, Malika Ayane. Ad ad accompagnarli artisti di confine come Flavio Boltro, Cesare Picco, Ferruccio Spinetti, Daniele Di Gregorio che cura gli arrangiamenti. E lui, Pacifico, a fare da produzione artistica e da filo conduttore, presentando in esclusiva il suo nuovo brano Boxe a Milano (disponibile in esclusiva su ITunes), ritratto in bianco e nero della nostra città negli anni Cinquanta. Questo il ricco carnet della rassegna Song Across- Canzoni in prestito, in programma venerdì sera agli Arcimboldi.
Dunque Pacifico una serata speciale?
«Speciale soprattutto per la sua imprevedibilità. Ci saranno duetti inediti, improvvisazioni, curiosi incontri tra la musica leggera e artisti come Boltro e Picco che stanno a cavallo tra jazz e classica. Durante le prove ci stiamo divertendo molto».
Lei per l’evento ha preparato una sorpresa, «Boxe a Milano», la prima canzone dedicata al pugilato, proprio nei giorni in cui ospitiamo i campionati mondiali.
«Mi ispiro ad un film inarrivabile come Rocco e i suoi fratelli. Racconto quella Milano che non ho vissuto ma che mi è rimasta sottopelle attraverso i miei genitori. La Milano in cui la boxe era una specie di rifugio per gli ultimi».
Infatti la canzone celebra i perdenti.
«Si, nel brano c’è anche la voce del maestro Ottavio Tazzi. Ha allenato otto campioni del mondo, ha conosciuto Cassius Clay ma mi ha raccontato storie affascinanti di pugili che nessuno ha mai sentito nominare. Storie vere che ti toccano nel profondo perché, come dice Tazzi nel disco: sono quelli che fanno il diavolo a quattro per salire sul ring, perdono sempre e la volta che vincono è la vittoria della vita».
Lei come vive la Milano di oggi?
«Quella degli anni Cinquanta la vedo molto romantica. Io sono nato qui da genitori campani. Credo che a Milano manchi un po’ di coraggio per essere al pari delle grandi capitali europee, ma ogni giorno vedo segnali di crescita in tutti i settori. A volte me ne vorrei andare, ma sarebbe come sputare nel piatto in cui ho sempre mangiato. A Milano ho tanti legami, la mia vita artistica e sociale, non la lascerei mai».
Lei è partito con la band Rossomaltese, poi è diventato cantautore e in seguito autore per star come Celentano, la Nannini, Bocelli, come ha fatto?
«Tutto accade per caso. Io ho cominciato a scrivere canzoni tardi, nel 2000. Avevo in tasca una laurea in Scienze politiche presa e lasciata in un cassetto. Ero in un periodo di confusionecosì ho provato con la canzone e mi è andata bene al primo colpo con l’album Pacifico».
E le collaborazioni?
«Prima ho scritto della musica per Fiorella Mannoia; il primo testo importante è stato I passi che facciamo per Celentano. Da lì sono nati gli incontri con Bocelli, Nannini, Morandi eccetera».
C’è qualcuno per cui le piacerebbe scrivere?
«Tanti, ma molti sono autori e si scrivono i testi da soli. Mi piacerebbe scrivere per Mina, un giorno avrò un brano alla sua altezza da proporle».
La differenza tra i cantautori oggi e la generazione dei De Gregori, Guccini.
«Premesso che erano e sono tutti grandissimi, son cambiati i tempi. Allora la musica era il veicolo con cui si parlava ad una intera generazione. Oggi paradossalmente si arriva prima a tutti ma è più difficile catturare le emozioni della gente. Non c’è più il confine tra musica commerciale e musica impegnata. Per un cantautore un tempo non andare a Sanremo era un obbligo, oggi per fortuna chiunque va ovunque portando il suo linguaggio. La musica è importante come e più di prima ma si vendono meno dischi».
Lei che ha sempre mille idee ha nuovi progetti?
«Sto progettando uno spettacolo più teatrale, magari un monologo, o un’opera che alterni canzoni e racconto: nei prossimi mesi mi concentrerò su questo nuovo lavoro. Sarà vero che ho cominciato a scrivere per caso o necessità ma ora non posso farne a meno».