"La mia musica nasce sulle rotaie del treno"

Silvia Colasanti ha spezzato il monopolio dei compositori maschi: "Il viaggio aiuta a stare soli con se stessi" e aggiunge "Io discriminata? Se si viene apprezzati dipende dal merito"

Silvia Colasanti è la prima donna della storia italiana ad aver spezzato il monopolio di un settore che continua ad essere per soli uomini. Perché le donne scolpiscono, dipingono, suonano, cantano, scrivono poesie, pièce teatrali, romanzi: ma difficilmente scrivono musica. La Colasanti, invece, è un vero Mozart al femminile. Quarant'anni, di Roma, dal 2013 Cavaliere, crea lavori eseguiti nelle sale e festival che contano, dal Théâtre des Champs­Élysées di Parigi alla Konzerthaus di Berlino, Maggio Musicale Fiorentino, Orchestra Nazionale Rai Torino. È stata scelta da Radio Rai per rappresentare l'Italia all'International Rostrum of Composers. L'azione in musica Tre risvegli, per la regia di Mario Martone, il 25 giugno aprirà la programmazione del teatro Caio Melisso, per il Festival dei due mondi di Spoleto. Il curriculum dimostrerebbe che l'esser donna non crea preclusioni nel mondo della composizione. Eppure, ci spiega, «nella mia classe ero l'unica studentessa. E da insegnante vedo che la situazione è immutata: ho solo studenti maschi».

Quali sono le ragioni?

«Forse è una questione di tempo, il solo a smantellare certi pregiudizi. Credo che spesso siamo noi a metterci in certe prigioni. Io non ho mai incontrato ostacoli per il fatto di essere donna. L'apprezzamento è una questione di merito, lo credo fermamente».

Non ha mai avvertito diffidenze neppure da parte di orchestre?

«Quando ci sono state, magari intuibili da certi sguardi, poi sfumavano nel nulla. Alla fine vincono i contenuti e la qualità».

Ha solo 40 anni, quindi forse lo scetticismo si doveva anche all'età...

«Ero e sono giovane secondo gli standard italiani. Giovani perché il nostro sistema produttivo non è attento al nuovo. Di fatto, un tempo, i compositori venivano alla ribalta subito. 150 anni fa, all'epoca di Giuseppe Verdi, per dire, le opportunità per un giovane compositore erano infinitamente maggiori rispetto a quelle di oggi. Io non mi lamento. Sono stata fortunata. Però se mi guardo attorno, non posso che arrivare a questa conclusione».

Parliamo delle opportunità di un secolo fa.

«Erano opportunità dettate dal forte consumo. Un compositore cresce grazie a quello che fa. Se non ha la possibilità di fare e di sbagliare, non si sviluppa. Un tempo c'era un consumo frequente del nuovo, paragonabile a quanto accade nel cinema, oggi. Nella musica vediamo tanto repertorio e poca ricerca».

Lei ama rivolgersi a un pubblico ampio.

«Scrivo per il pubblico che ascolta Mozart, Beethoven ed è anche curioso del nuovo. Non amo rivolgermi esclusivamente agli amanti della contemporanea».

«Sono stata fortunata», ha detto. Però ci vuole anche dell'altro. Nel suo caso cosa ha inciso?

«La tenacia mi ha sicuramente premiato».

Possiamo ancora parlare di uno stile di comporre all'italiana?

«Facciamo parte di un mondo globalizzato, però io mi sento italiana, sento le mie radici. Mi piace rivendicare la nostra identità».

Qual è la sua composizione più eseguita?

«Orfeo».

E quella più amata?

«Metamorfosi».

Tra l'altro, sono partiture ormai nel repertorio dei teatri. Non è facile finire in repertorio per un compositore d'oggi.

«A dire la verità, io vivo di riprese. La cosa che mi dà molta soddisfazione è il rapporto che ho stretto con alcuni interpreti che eseguono regolarmente le mie musiche. Il caso di Jurij Bashmet, del Quartetto di Cremona, David Geringas... Perché i nostri lavori sono molto legati a un interprete, per il quale scriviamo, e che poi esegue e dunque ci fa conoscere».

Cosa rappresenta, per lei, il pubblico?

«Sono attenta al pubblico, ci tengo molto. Il che non vuol dire che tenda ad assecondarlo. Quello che ricerco è il dialogo con chi ascolta la mia musica. Il fatto che riesca a comunicare col pubblico mi è di grande aiuto».

Continua ad attrarla la composizione?

«Il fatto di potermi esprimere con gli strumenti del presente. Perché quando ascolto musica di 200 anni fa mi emoziono, vero, ma la musica dell'oggi mi emoziona ancora di più. Credo che l'artista debba difendere il proprio tempo».

I compositori più amati?

«Monteverdi, Schubert, Mahler, Berg e Ligeti».

Parliamo della metodologia di lavoro. Scrive al computer o è fedele alla carta?

«Scrivo la prima bozza su carta o al computer che uso però come semplice macchina da scrivere. Uso un programma tipo Word ma dove posso inserire note. Non ricorro a programmi di composizione musicale. Ho un pc normale».

Di getto o ritorna continuamente e lima?

«In genere parto con un'idea molto precisa, che poi ­ rigorosamente ­ cambio in corso d'opera. Con gli anni, ho imparato ad essere aperta all'imprevedibilità della scrittura. Nella testa nascono idee, poi la scrittura conduce da qualche altra parte, così mi lascio guidare dall'imprevisto, anche dall'umore. Ritorno sempre sui lavori, ma non alla fine, mentre li concepisco».

Compone seguendo l'estro, oppure è disciplinatissima e programma esattamente quando scrivere?

«Scrivo tutti i giorni. Mi gratifica. Quando non scrivo ne avverto la mancanza. È per me un grande punto di equilibrio. Scrivo senza darmi dei tempi. La scrittura scandisce la mia giornata».

Ci sono fatti, momenti o fasi della giornata da cui trae maggior ispirazione?

«L'idea può sorgere in ogni momento, basta che sia in solitudine. Il silenzio aiuta ad ascoltarmi. Poi, può essere che un viaggio o una mostra accendano la classica lampadina. Il viaggio aiuta per il fatto che si è soli, sto pensando al viaggio in treno».

Riesce a creare in treno?

«Ho scritto pagine intere sulle rotaie. Perché è vero che si è in mezzo alla gente, ma fondamentalmente si è soli».

C'è confronto e frequentazione fra voi compositori?

«Ho un ottimo rapporto con i colleghi. Sono molti quelli che stimo. Vacchi anzitutto, che è stato anche mio maestro. Parliamo, scambiamo opinioni».

Un tempo, i compositori di successo avevano un riconoscimento economico non indifferente. Oggi?

«Suppongo che l'interprete guadagni più di noi. Anche per il solo fatto che può suonare tutti i giorni, mentre noi abbiano un numero ridotto di produzioni all'anno. Io poi non scrivo a getto continuo. Amo la qualità, la quale richiede tempo. Il tempo per assaporare quello che si fa, per confrontarsi con l'interprete o il regista, insomma quanti poi traducono quello che tu hai scritto».

A proposito di registi. Spesso sono accusati da direttori e cantanti di non rispettare musica e libretto, anteponendo il proprio ego.

«Effettivamente, troppo spesso la regia non rispetta la musica, rubandole la scena. Il regista deve rispettare il testo che è verbale ma anche musicale, e nella musica è già racchiuso tutto il dramma. Il lavoro deve funzionare a perfezione in tutte le sue parti, nessuno deve soverchiare, tantomeno il regista».

Quando ha scoperto che il suo lavoro era questo?

«Ho iniziato a studiare il pianoforte a sei anni. Poi con gli studi di armonia mi sono avvicinata alla composizione. Da piccola e ragazzina studiavo e basta, senza pensarci molto. Con i primi successi ho iniziato a riflettere sul serio sul fatto che potesse diventare il mio mestiere. Scrivi, poi vedi che i tuoi pezzi hanno riscontro, vengono eseguiti. E così, ti ritrovi a fare questo mestiere quasi senza saperlo e prevederlo».

Quindi la sua carta d'identità riporta «Compositrice»?

«Esattamente».

Quali sono i grandi teatri nel mondo che ancora possono lanciare e consacrare un compositore?

«Esistono circoli specifici, specializzati in contemporanea, le Biennali per intenderci. Io le apprezzo, ma come dicevo, mi interessa arrivare al grande pubblico. E comunque tutto serve. Ci sono esperienze utili per dare visibilità, altre sono più silenziose ma ti fanno crescere».