«La mia musica sa sfidare i grandi spazi»

Il 26 luglio il più schivo dei cantautori si esibirà davanti ai 15mila dell’anfiteatro veronese

Cesare G. Romana

da Milano

Una sosta in paradiso - un angolo bello di Sardegna, sole mare e musica a colorare di sogni la vacanza - e poi di nuovo on the road, com’è nel destino erratico degli artisti. Paolo Conte vive così, da villeggiante, la vigilia del concerto-evento, che il 26 lo vedrà di scena, per la prima volta, all’Arena di Verona. Poi toccherà a Lecce - il 4 agosto in piazza Duomo -, a Viareggio - il 6 alla Cittadella del Carnevale - e a Benevento - il 31 al Teatro romano - applaudire il più schivo e il più colto tra i nostri musicisti.
Al telefono, la voce è appunto quella d’un vacanziere: pacata, allegra. Sembra stupito di dover parlare, anche sotto il solleone, di lavoro. «La scaletta?», risponde, parlando dell’impegno imminente. «Grosso modo sarà quella dei concerti precedenti, poi vedremo, alle prove, se modificarla. Del resto i miei musicisti lavorano con me da tanti anni, sono psicologicamente miei figli: non sarà difficile, cambiare titoli o ritoccare arrangiamenti». E intanto si gode le ferie, consapevole che «panta rei», tutto passa, dice citando Eraclito. E sogghigna.
Il concerto, comunque, ripercorrerà il repertorio già proposto nell’ultimo tour, salpato lo scorso dicembre dall’Italia e poi proseguito in Germania, Spagna e Inghilterra. E seguito alla pubblicazione di Elegie, forse l’album contiano più magico e intenso. «Il disco - lo provoco - ha ribadito il tuo concetto di musica, così attenta al dettaglio, pittorica, ricca di nuances. Tanto che suscita qualche stupore, immaginarla in uno spazio aperto, davanti a quindicimila persone, su un palco sterminato. Abituato, tra l’altro, alle sonorità epiche e alle voci possenti del melodramma». E lui: «In teoria sì, in pratica forse no. Perché non è vero, che gli spazi più piccoli siano i più adatti alla mia musica: all’estero, specie in Francia, suono spesso nelle arene, ho imparato a sfidare le distanze con le luci, un’amplificazione adeguata, la nitidezza dei suoni. Allora la dialettica tra piano e forte, le timbriche e in definitiva le atmosfere non ne soffrono, anche se lo spazio non è quello, raccolto, d’un teatro».
Molto dipende dall’acustica, del resto: «Che, all’Arena, mi dicono sia ottima, ed è ovvio: là stanno di casa Puccini e Verdi. E tuttavia bisogna distinguere: se l’acustica è fatta per l’opera, quando introduci l’amplificazione cambia tutto, e non è detto che il risultato sia adeguato alle tue esigenze. L’altro giorno un giornale mi ha chiesto se, cantando in un tempio della lirica, non potrei eseguire un brano senza amplificazione. Potrei fare Nostalgia del microfono, ho risposto».
Accanto a Conte - e al suo magico pianoforte - suoneranno i musicisti che da anni girano il mondo con lui: Daniele Di Gregorio alla batteria e alle percussioni, Jino Touché al contrabbasso, Daniele dall’Omo alla chitarra, eppoi Massimo Pitzianti, poliedrico al sax baritono, al clarinetto, al bandoneon e alla fisarmonica, Claudio Chiara al sax tenore e al flauto, Luca Velotti al sax soprano e al clarinetto e Lucio Caliendo, all’oboe e al fagotto. Strumento, quest’ultimo, non molto presente, nella musica popolare, «ma che ho recuperato, in Elegie, cercando di andare oltre il modo in cui viene utilizzato nelle orchestre sinfoniche: là in una chiave più burlesca, qui in maniera più lirica, come un violoncello. Perché ho scoperto che il fagotto può esprimere momenti di autentico pathos, se lo togli al suo ruolo abituale».
Conte, insomma, il sovvertitore di stereotipi: di qui, anche, la sua grandezza, e la felice anomalia d’un musicista così legato al passato ma così insofferente nei confronti del déjà vu. Per esempio: «Un mio sogno? Lo coltivo da anni: rappresentare Razmataz, il mio musical ambientato nell’America anni Venti. Aspetto che qualche nababbo mi metta a disposizione i soldi necessari, sarebbe bello poterlo rappresentare proprio all’Arena. Ma sono canzoni che richiedono esecutori specializzati nella pronuncia musicale di allora, i giovani, anche se bravissimi, rischiano di tradirle. Ho fatto decine di provini, inutilmente». E la musica d’oggi? «Sono del tutto disinformato, preferisco consumare i miei vecchi dischi. Ma credo che, se uscisse qualcosa di importante, lo saprei. Viviamo un periodo di stanca, di omologazione».