«La mia notte in balia di Ike, il tifone che ha travolto Cuba»

«Non possiamo accendere tv e radio. La protezione civile lo ha vietato. Gli unici rumori che sentiamo sono quelli di vento, mare e pioggia»

(...) il divertimento sfrenato insieme alla mia ragazza, Lorenza. La destinazione l’ho scelta io: Cuba. Con qualche comprensibile mugugno di Lorenza. Non tanto per la bellezza del posto, quanto per le bellezze del posto che mi avrebbero potuto distrarre dal suo volto. Purtroppo di bellezze del posto, in ogni senso, non ne ho ancora potuto ammirare, perché appena sono sbarcato a L’Avana ho solamente sentito parlare di un certo Ike. Non è il nome della guida che avrebbe dovuto accompagnarci all’albergo di Varadero (magari facendo più contenta la mia ragazza di me), ma l’appellativo dato ad un tifone che è arrivato proprio in coincidenza della mia vacanza.
Sia chiaro, non che voglia essere cinico con chi da queste parte ha visto la sua casa spazzata via dai venti tropicali. Anzi, proprio pensando a chi vive qui mi fa piacere raccontare quello che è successo e sta succedendo in questo paradiso terrestre. Siamo alloggiati sulla costa nella località di Varadero. Albergo «Barcelo Marina Palace». Una costruzione nuova che convince la protezione civile a non sfollarci, nonostante dagli alberghi vicini, proprio perché edifici non recenti e meno sicuri, tutti i turisti sono stati fatti evacuare. Così come i residenti del posto, dal centro della città alla costa, hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni non dopo aver sigillato il sigillabile.
Qui la protezione civile ha lavorato per giorni con grande scrupolo ed una organizzazione che a noi turisti appare impeccabile. Almeno per come siamo stati trattati. Ogni istruzione c’è stata fornita con il minimo scrupolo, senza lasciare nulla al caso. Ieri mattina Ike si stava avvicinando ma a noi è stato permesso di uscire, andare sulla spiaggia e nella piscina dell’albergo. Il cielo era sereno e un leggero venticello sembrava l’unica cosa che potesse evocare l’arrivo di un ciclone. Poi, durante la giornata il leggero venticello si è trasformato piano piano in un vento sempre più spinto. Tanto che, durante la cena, siamo stati interrotti e portati dalla sala ristorante al corpo principale dell’hotel e, passando per i vialetti, era veramente difficile restare in piedi per la bufera che si stava alzando. Dentro la hall ci sono state date tutte le istruzioni del caso prima di essere «rinchiusi» nelle camere d’albergo.
Le finestre della stanza sono state sigillate e abbiamo dovuto rinforzarle appoggiando il divano della camera ai vetri, dopo averlo abbattuto. Ci è stato detto di tenere le tende tirate anche nel caso la finestra si fosse frantumata. In una situazione del genere, avremmo dovuto trincerarci nel bagno e nasconderci sotto il lavandino. Nel frattempo ho spostato il letto attaccandolo alla parete opposta alle finestre e qui abbiamo aspettato il passaggio di Ike.
Senza radio e televisione: non perché avessero sospeso le trasmissioni, ma perché ci è stato proibito di accenderle. «I mezzi di comunicazione rischiano di ingigantire quello che sta succedendo e mettervi nel panico- ci è stato detto-. Dovete ascoltare solo quello che vi viene riportato dal personale dell’albergo». Agli ordini! L’altro imperativo è che non abbandonassimo la camera per nessun motivo fino a quando non ci sarebbero venuti a chiamare.
Intorno alla mezzanotte ho cominciato a capire cosa significa il passaggio di un ciclone. Un vento assordante ha cominciato a fracassare i nostri timpani. Il buio del cielo notturno si è fatto più intenso per la mancanza di elettricità sia nelle strade, sia nell’albergo. Il rumore delle onde del mare imbufalito, insieme alla scrosciare violento dell’acqua spinta dal tifone sono state le uniche cose che si riuscivano a percepire al di là del fischio spettrale di quell’aria a volte calda ed umida a volte fredda. Con il rischiarire del cielo ho anche capito che cosa si stava portando dietro questo tifone che avrebbe dovuto colpire in quella zona a forza 4, ma che fortunatamente, ci ha solo lambito, preso con la sua coda ed è arrivato smorzato a forza 2. Non voglio nemmeno immaginare cosa sarebbe potuto succedere con un vento al doppio di quella potenza. Ho visto volare, sbirciando alla finestra, palme, cocchi, vecchie insegne di negozi, chioschi da spiaggia. Tutto ruotava nell’aria come un gigantesco mulinello.
Nel momento in cui sto scrivendo, Ike è ancora qui. Non ha lasciato Varadero, continua a farsi sentire, a soffiare. Spesso sentiamo le urla di qualche turista, questa notte una signora italiana ha anche chiesto di essere rimpatriata, vagli a spiegare che con quel vento era impossibile portarla a L’Avana. Adesso aspettiamo solo che il tifone se ne vada e poi capiremo che cosa si è lasciato dietro. Certo, ero partito per godermi il sole e il mare e mi ritrovo a raccontare un cataclisma. Però, il fascino delle esperienze è anche questo.