La mia ricetta: esecutivo di garanzia, riforma elettorale e poi si va al voto

Gentile Direttore,
anche quest’anno Prodi mangerà il panettone a Palazzo Chigi, ma ormai è evidente a chiunque che già a gennaio si porranno questioni difficilmente risolvibili nel quadro degli attuali rapporti politici. Prodi è stato eroico ad attraversare indenne fino ad ora tutte e bufere che si sono abbattute sul governo, ma d’ora in avanti pensare di continuare in questa difesa a oltranza, allo scopo di sopravvivere o di galleggiare a qualunque costo, senza considerare l’effettiva capacità del governo di adempiere ad una sia pur minima funzione positiva, significherebbe condannare il Paese al caos e a una pericolosa ingovernabilità.
È assai probabile perciò che all’inizio del nuovo anno vi possa essere la presa d’atto dell’esaurimento - si potrebbe dire - della spinta propulsiva dell’attuale governo, a seguito di alcuni passaggi ineludibili: dalla verifica richiesta da Rifondazione comunista, alla discussione della legge elettorale, fino al pronunciamento della Corte sui referendum.
Immagino che questo esito, auspicato da uno schieramento sempre più ampio, possa essere favorito dalla disponibilità ad accettare la formazione di un governo istituzionale di garanzia, che abbia come compito principale, prima di tornare al voto, l’approvazione di una nuova legge elettorale.
Questa soluzione permetterebbe, a mio avviso, di stemperare le tensioni e le diffidenze esistenti all’interno delle due coalizioni, di maggioranza e di opposizione, in vista del raggiungimento di un accordo che favorisca l’evoluzione del sistema politico italiano verso un bipolarismo normale, senza mortificare le forze politiche minori.
In questo quadro, il Partito democratico e il nascente movimento del Popolo della libertà avrebbero la possibilità ed il tempo necessari per definire meglio la propria identità politica, il proprio programma ed infine il nuovo modello organizzativo e statutario a cui intendono dare vita.
La mia opinione, infatti, è che la nascita di questi due partiti sia indispensabile e positiva per la realizzazione di una matura democrazia dell’alternanza, fondata sulla competizione di due grandi partiti o schieramenti politici, uno di orientamento socialista democratico e l’altro appartenente alla famiglia dei popolari europei, sul modello di tutte le altre democrazie.
Se da una parte, tuttavia, questa evoluzione in atto nella vita politica italiana costituisce un dato di valore positivo, dall’altra parte, esistono ragioni di preoccupazione che dovrebbero essere ascoltate e soppesate con attenzione se si vuole veramente che queste trasformazioni portino ad un rinnovamento reale e non ad un nuovismo privo di quel rigore e di quella visione necessari per modernizzare effettivamente l’Italia.
L’entusiasmo e la fiducia che la nascita di questi due grandi partiti hanno suscitato nei rispettivi elettorati di riferimento, e registrati dai sondaggisti fin nelle loro potenzialità più elevate, non devono essere delusi, pena un contraccolpo definitivo sullo stato d’animo già provato del corpo più sano del nostro Paese, crudamente ma magistralmente descritto dal rapporto di De Rita.
Le primarie o i gazebo sono certamente forme innovative di partecipazione, che vanno mantenute e perfino arricchite, ma da sole non bastano per dare vita a organizzazioni pienamente democratiche, capaci di supportare attivamente la leadership carismatica. Partiti e leader: questa è la sfida del futuro delle nostre democrazie. Per questo penso che anche la costruzione del movimento politico del Popolo della Libertà debba proporsi di diventare il luogo di incontro delle forze migliori della nostra società, e in particolare di aprirsi all’apporto di personalità rappresentative dell’associazionismo cattolico, del mondo della cultura e del mondo del lavoro. Luoghi in cui possa avvenire uno scambio fecondo, un confronto autentico e arricchente, la possibilità effettiva di costruire rapporti di appartenenza, come ha scritto molto bene De Rita. La società liquida in cui viviamo ha bisogno di relazioni, di senso di appartenenza, di condivisione di valori, in una parola di comunione di progetti e di programmi per il futuro. Se in una società liquida ci proponiamo di dare vita a partiti e organismi politici altrettanto liquidi, avremo come risultato finale una società ingovernabile e una democrazia sempre più sterile, concepita come bilancia degli interessi in campo, senza alcuna possibilità di orientare i cambiamenti secondo una finalità di elevazione morale e spirituale.