«La mia semilibertà:

Altro che reinserimento. Se per molti detenuti la semilibertà è la strada per cercare di tornare nella vita civile, per Luigi Cicalese e i suoi compari di banda la generosità dello Stato era solo una licenza per tornare a delinquere. Il tempo di uscire dal carcere, e avevano già un passamontagna e un kalashnikov pronti ad aspettarli.
È una realtà, quella delle «bande dei semiliberi», contro cui polizia e carabinieri hanno sbattuto per anni. Adesso, per la prima volta, viene raccontata dall’interno, da uno che della «legge Gozzini» ha approfittato per farne di tutti i colori. Uno che dice di se stesso: «Ho fatto una vita di guai. Casini tutti i giorni».
Sono verbali agghiaccianti, quelli di Cicalese. Aprono squarci di luce su delitti ormai dimenticati: l'uccisione feroce di un giovane tabaccaio, a Milano, freddato durante una rapina nel 1982. Risolvono gialli più recenti: l’uccisione della moglie di Cicalese, Moira Piazzola, e della sua avvocatessa, Marianna Spinella. «Sono stato io», confessa Cicalese per entrambi i delitti. Ma i verbali raccontano soprattutto come il gangster e i suoi complici facessero quel che volevano. Dentro il carcere: grazie alla complicità di agenti di custodia. E fuori dal carcere, quando usando ogni trucco a disposizione facevano credere ai magistrati di essere sulla strada della redenzione.
Invece: «Nel 2000 io, Savino Di Bitonto e Ginetto Di Paola eravamo tutti semiliberi, dormivamo nella stessa cella ad Opera. Invece Leo era agli arresti domiciliari. Andarono tutti insieme ad assaltare un furgone blindato, ed erano tutti contenti perché erano rimasti senza soldi e con questo colpo si erano rimessi in piedi». Ancora: «Quando eravamo semiliberi a Opera riallacciammo i rapporti con Tonino Ausilio che era semilibero a Monza. C’era un altro semilibero che doveva dare dei soldi a Tonino perché aveva ritirato qualche chilata di cocaina. \ io e Lorenzo Fornasini ci siamo conosciuti da semiliberi e abbiamo creato una società per il traffico di cocaina».
Oppure: «Quando eravamo in ferie a Rossano andammo a fare una rapina a una banca, però dovemmo aspettare Di Bitonto che aveva l’obbligo di firmare in commissariato a Milano due volte la settimana, e quindi non era in ferie con noi fisso». Una rapina a Vigevano: «Quatela Ercole era agli arresti domiciliari per altre cause, per altre rapine. E lui è uscito dal carcere per una malattia al cuore, però quando usciva di casa per andare a rapinare, usciva giusto il tempo che serviva».
E la peggiore di tutte: «Pino Mancini, Gioacchino Bonaventura, Tonino Cataldo e Daniele Cataldo vanno a fare una rapina a Muggiò. Erano tutti in affidamento (ai servizi sociali, ndr). Quando sono usciti fuori, l'autista, che sarebbe Tonino Cataldo, non l'hanno trovato. Hanno fermato la prima macchina che passava. Si è fermato, gli aprono la portiera, tira e molla, molla e tira, scappa un colpo di pistola e ammazzano l’autista». Uno degli autori della tragica rapina di Muggiò, Gioacchino Bonaventura, verrà riarrestato nel 2003 perché era tornato a fare le rapine. Da semilibero, naturalmente.
Il caso di Ercole Quatela, quello scarcerato per una malattia al cuore che non gli impediva di andare a fare le rapine, non è un caso isolato. E sul modo in cui il clan otteneva certificati compiacenti Cicalese offre un racconto interessante su un primario di Niguarda che era stato presentato alla banda da un amico, un personaggio piuttosto noto a Milano. «L’ho chiamato per Leo, per fargli fare una perizia cammuffata, e lui si è messo a disposizione al 100 per 100».
Ma anche quando non riescono a uscire in qualche modo dal carcere, i boss non si preoccupano: perché anche dall’interno delle celle riescono comunque a seguire i loro affari e a fare la bella vita. «A Saluzzo conoscevamo alcune guardie penitenziarie che si facevano pagare per far entrare in carcere fumo e cocaina. Portavano in carcere qualunque cosa». «Nel carcere di Bollate ci sono sette od otto stanze con giochi e giochini, quindi bambini aveva lui, bambini avevo io, quindi potevamo fare tutti i colloqui tranquillamente»: e ne approfittavamo, racconta Cicalese, per pianificare gli omicidi da compiere in Calabria.
Ma, sulla libertà di movimento concessa in carcere ai boss, l’episodio più surreale raccontato da Cicalese è quello che riguarda Roberto Trotta, un detenuto accusato dai compagni di rubare nelle celle. «Questo ragazzo qui è arrivato al capolinea da noi. È arrivato lì e l’abbiamo preso che rubava nella cella e allora l’abbiamo massacrato di botte. Calci, pugni, anche con la caffettiera, ma lui è venuto tre volte. Nessuno lo toccava perché veramente era d’azione, così, e lo evitavano tutti, dicevano, ecco. Lì invece l’abbiamo sorpreso noi e insomma, l’abbiamo pestato. Tanto è vero che ricordo che è andato in coma per due ore, l’hanno portato all’ospedale, ricordo. Quando torna in carcere gli avevano assegnato la cella e qualcuno si è avvicinato dicendogli “no, se hai avuto problemi con i calabresi, tu sul piano con noi non ci devi stare”. Questo con l’altro braccio buono gli ha dato uno schiaffo in faccia. Allora questi aspettano che va a dormire, vanno in cella, staccano un piede di un tavolino, gli buttano la coperta addosso e lo sderenano del tutto. Gli spaccano un braccio, un polso, due costole... gli hanno dato quaranta punti alla testa... non lo so».