«La mia università? Questa sinistra l’ha abbandonata»

«Sono entrato in questa università da circa 50 anni. Il complesso di questi edifici era ancora in costruzione e noi, poche centinaia di studenti, ci sentivamo sperduti in questo spazio enorme. Oggi, qui ne circolano più o meno 60.000. Se guardiamo al mondo dell’Università di 20, 30 anni fa, il contesto è molto cambiato, ma non in meglio. Abbiamo assistito ad una crescita esponenziale: la Facoltà di Giurisprudenza è arrivata a 25mila iscritti. Il sistema di insegnamento ha continuato a modellarsi sul quello pregresso. All’inizio del 2000 si è istituita la riforma del tre più due. Il primo e unico tentativo di adeguare l’organizzazione didattica a un’università di massa: un idea poco felice». Così incomincia la conversazione con Enrico Decleva, classe 1942. Dal 2001, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Milano e Presidente della Crui (Commissione rettori universitari italiani). Nonostante l’atmosfera dell’imponente ufficio con una magnifica «Ultima cena» e un ritratto di Giosuè Carducci alle pareti, Enrico Decleva sembra ancora un docente preoccupato per le oggettive difficoltà della situazione negli atenei italiani.
Il suo parere sulla riforma Gelmini?
«Dopo 30 anni è il primo tentativo di affrontare in una visione globale molte questioni critiche. Anche se chi si occupa di ciascun problema dà una sua versione particolare. Nel complesso, però, il giudizio è positivo».
Quali parti condivide e non?
«Va bene la prospettiva di intervenire sulla struttura di governo, sul reclutamento, su alcuni aspetti della carriera dei docenti. Invece la struttura del Senato Accademico, cioè delle responsabilità nella ricerca e nella Didattica, viene ritenuta da molti sacrificata nel disegno di legge rispetto al Consiglio di Amministrazione. Un certo eccesso di dirigismo, di precettività potrebbe essere superato a vantaggio di una maggiore elasticità e autonomia. Un punto molto positivo, se si riesce a portarlo fino in fondo, è l’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato per uno a tempo determinato. Il quale, se è bravo, diventerebbe professore associato. Ciò significherebbe finalmente un vero ringiovanimento dell’Università».
A che punto è il livello di maturità degli studenti che vi arrivano dalle superiori?
«Dato che non insegno più, le notizie le percepisco molto filtrate. Comunque gli stereotipi sono quelli della vita attuale: sono i giovani che le famiglie producono. Ci sono giovani eccellenti: in particolare ragazze molto capaci. Lo dimostrano i numeri rispetto alle Borse di dottorato. Insomma queste giovani donne credono molto di più nell’università e quindi sono discenti appassionate e determinate».
Gli studenti sono migliori oggi o vent’anni fa?
«Per certi aspetti erano meglio quelli di vent’anni fa. Però gli insegnanti li abbiamo prodotti noi».
Tecnologia, comunicazione, immigrazione hanno trasformato in modo drastico l’Italia e gli italiani. A che punto è la società civile?
«Ci si dibatte tra l’adeguamento a queste novità con il grave rischio di perdere il senso della prospettiva e della memoria della nostra Storia. Non in senso retrò, ma riguardo ai valori, ai problemi di fondo. Alla fine giriamo intorno alle solite grandi questioni».
Quali?
«Il rischio maggiore può essere una crescita esponenziale di egoismo e di individualismo perdendo di vista il senso della collettività anche perché non abbiamo mai avuto uno Stato davvero forte: quindi l'arte di arrangiarsi ha i suoi pregi e i suoi limiti».
Come Presidente della Crui, quali differenze fra Milano e Roma?
«Rispetto alla questione della Ricerca e ai problemi dell’Università, Milano si trova di fronte ai soliti problemi: non è in grado di prendere una serie di decisioni. Perché vengono prese in altro loco tenendo conto di una scala di valori e di comportamenti nei quali noi non ci identifichiamo. In parte possiamo dire che le università milanesi sono più dinamiche. Forse esiste maggiore ambizione per certi livelli. Però ricordiamo ad esempio che Roma Tre è un’eccellente università».
Pensa che a Milano esista una maggiore organizzazione?
«Forse, però anche noi siamo in oggettive difficoltà».
Ad esempio?
«In tutto il sistema universitario c’è carenza di risorse. Forse nel passato le abbiamo spese male, ma se va avanti così riusciremo a mala pena a pagare gli stipendi senza i mezzi per sviluppare le attività istituzionali. Avremo la capacità intellettuale per intercettare progetti di ricerca internazionali, ma senza i soldi per adeguare i laboratori alle esigenze e ai livelli richiesti. È una discrepanza fra potenzialità e mezzi effettivi che sta diventando drammatica».
Come vive questa situazione politica da Rettore dell’Università Statale di Milano?
«In penosa sensazione di estrema difficoltà a far valere le istanze oggettive dell’Istituzione. Ho vissuto tali problemi con gli ultimi tre Governi. La sensazione è che questa insensibilità o questa visione molto critica nei confronti dell’Università sia stata trasversale a entrambe le forze. E sia venuto meno una certa tradizione di raccordo tra la Sinistra e una parte di mondo universitario. La Destra non si rende conto che non è affatto vero che l’università sia tutta a sinistra. La moltiplicazione delle sedi in provincia, di cui si criticano i costi, l’hanno decisa i politici poiché rappresentava un elemento di prestigio nazionale».
Una buona idea da trasmettere al Ministro Gelmini?
«Dovrebbe fare in modo di portarsi a casa il disegno di legge con una serie di modifiche che non lo stravolgano. E, soprattutto, ottenere quelle risorse che rilegittimano l’università di fronte al Paese, senza le quali si rischia di ritrovarsi con il sistema universitario riformato, ma non più in grado di funzionare per mancanza di fondi».
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