"La mia verità su Samuele". Ecco l’arringa di Taormina

«Signor presidente e signori della corte. Questo è un processo che impone preliminarmente l’esorcizzazione delle molteplici ipoteche che su di esso gravano e che rischiano di seppellire la verità, dopotutto abbastanza elementare, che la lettura equilibrata, serena, distaccata delle carte consentirà a voi sicuramente di cogliere».
Comincia così l’arringa del processo d’Appello per il delitto di Cogne che avrebbe voluto fare Carlo Taormina se ne avesse avuto la possibilità. E l’arringa c’è: 121 pagine trasformate in un libro La mia verità sul delitto di Cogne in uscita domenica con il Giornale (un euro più il prezzo del quotidiano). L’avvocato Taormina racconta la sua verità partendo da quelle ipoteche di cui accenna nella premessa. E la prima è quella del «trattamento mediatico» senza precedenti che il caso giudiziario di Annamaria Franzoni ha avuto in questi anni. Taormina condanna le fughe di notizie e la sovraesposizione mediatica che il delitto del piccolo Samuele Lorenzi ha avuto in oltre cinque anni. Se ne rammarica, il legale, perché è stato uno degli elementi che ha condizionato di più le fasi processuali.
Poi l’avvocato Taormina parla dei fatti e di uno in particolare. In questo caso giudiziario, in questo processo molto italiano, mancano le prove. È la stessa considerazione che fa il direttore del Giornale, Maurizio Belpietro, nella prefazione al libro. «Per condannare qualcuno non basta il colore, servono le prove», scrive Belpietro. «E le prove non ci sono. Non c’è l’arma del delitto, non c’è il movente, non c’è neppure la certezza dell’ora della morte del piccolo Samuele».
Taormina aggiunge altri spunti di analisi. Nella sua arringa sostiene il «traballamento degli indizi di reità, nel preciso senso che, a seconda dei momenti snodatisi dall’inizio delle indagini fino alla sentenza di condanna ora gravata in Appello, ci si è aggrappati, da parte dell’accusa, a un indizio diverso da quello che lo aveva preceduto».
Il penalista smonta una a una le argomentazioni che nel corso del dibattimento di primo grado e di quello di appello hanno caratterizzato l’impianto dell’accusa. Dettaglio dopo dettaglio, Taormina invita la Corte a tenere presente come tutti gli elementi dell’accusa siano in realtà sotto la soglia della responsabilità, fino a precisare che «tutte le prove convergono verso la piena innocenza della donna». Secondo l’avvocato questo processo merita una sola conclusione: «Restituire Annamaria Franzoni ai suoi due figli, almeno, rinfrancata dal dolore ormai stampato nella sua anima, dall’essere finalmente circondata da una comunità che le riconosca di essere una buona madre. Chi ne ha il dovere, ricerchi e condanni l’assassino di Samuele».