«La mia vita con 5 euro al mese: ecco come riesco a tirare avanti»

Il fornelletto per fare il caffè è quello da campeggio, in terra vicino all’asse da stiro. L’unico ripiano in tutta la stanza che serve da tavolo. Nella parete di fronte, gli attacchi per il lavello e la cucina sono lì in vista, senza mobili. Il dentifricio invece è appoggiato sul comodino insieme allo spazzolino da denti. E nella camera da letto, c’è una piccola scrivania con una macchina per cucire. La casa della signora Emma è così, non c’è nulla di più di quello che serve per sopravvivere giorno per giorno. «Con cinque euro al mese come potrei fare altrimenti?».
Cinque euro o poco più per campare fino all’arrivo della pensione, 555 euro, che finisce tutta nell’affitto, 550. Ecco come vive la signora Emma. Settantasei anni, vedova. Il mestiere di sarta che ha imparato quando era ragazzina che ancora oggi le permette di guadagnarsi qualche soldo e un figlio che le ha portato via tutto quello che le era rimasto. «Ma non mi va di parlarne, le dico solo che gli ho dovuto lasciare la casa in cui abitavamo. A quel punto o stavo per strada o trovavo una soluzione». Cinque euro al mese o poco più. Ecco come vive la signora Emma che quando ci pensa abbassa lo sguardo e inizia a piangere. «Sono una persona onesta sa? E per bene. Ho lavorato una vita intera ed ora sono ridotta in questo stato. Ho dovuto vendere anche la fede». Per fortuna c’è il pacco della Caritas con il cibo, non saprebbe come fare diversamente: «mangio quello che riesco a consumare subito. Senza frigorifero e con il caldo che sta arrivando è impossibile conservare le cose».
Ha un aspetto giovanile e una voce piena, presente, se non fosse per quella tristezza dipinta negli occhi, non dimostrerebbe mai la sua età. Si stringe l’astuccio degli occhiali tra le mani e continua a raccontare. «Avevo paura di stare in casa con mio figlio, vivevo barricata in camera da letto. Poi ho deciso di mollare tutto, di lasciare a lui l’appartamento e di andarmene via io». Prima di trovare questa sistemazione - dove viveva sua madre trent’anni fa - è stata anche dalle suore. «Ma dovevo pagare dieci euro al giorno, in un mese sono trecento e non potevo permettermelo». Neanche in parrocchia erano riusciti a darle una mano: quando aveva chiesto un aiuto per le bollette, le avevano risposto che non c’erano più soldi. Nemmeno per loro, per i poveri. «Sa com’è, in tempi di crisi...». Già, ma c’è una cosa che la signora Emma non si perdona sono i debiti per la caparra della casa. È un tormento, le tremano le labbra per la vergogna e la voce si spezza. «Sono stata costretta. Come facevo, come facevo sennò? Almeno per un anticipo sull’affitto». Impossibile avere un secondo alloggio popolare dopo quello che ha lasciato al figlio. Se solo avesse qualcuno che l’aiutasse a superare questo momento così difficile, poi ce la farebbe da sola. Lo promette, lo sa. Se l’è sempre cavata, si è sempre risollevata dalle situazioni più drammatiche. «Io sono una brava persona, non ho mai fatto queste cose», sussurra e se potesse, si nasconderebbe dentro quel vestito, sprofondandoci. Fruga nella borsa dove tiene tutto quello che ha di più caro e tira fuori l’abbonamento per la tessera Atm. Dietro ci sono dieci euro, li ha messi via per pagare la prossima quota. Senza mezzi, non riuscirebbe più a muoversi e non potrebbe nemmeno andare al suo nuovo lavoro. «Faccio da mangiare a un signore anziano qui vicino. Gli tengo compagnia e lo aiuto nelle faccende di casa». Ma chi se lo sarebbe mai immaginato di finire così? Guarda la sua macchina per cucire. Menomale c’è ancora qualche lavoretto, un paio di orli e le camice da stirare. «È l’unica cosa che so fare. Il mio mestiere, di una vita».