La mia vita da ipocondriaco

Confessioni di un giornalista. Lorenzetto racconta il suo tormentato rapporto con hli ospedali. Iniziato subito dopo il parto. Mewrcoledì nelle librerie il suo ultimo libro <em>Si ringrazia per le amorevoli cure prestate</em>, edito da Marsilio

Esce mercoledì 10 giugno Si ringrazia per le amorevoli cure prestate (Marsilio, pagine 304,euro 18), il nuovo libro di Stefano Lorenzetto, con prefazione di Lucetta Scaraffia, nel quale la firma del Giornale prosegue e approfondisce il suo rapporto personale con i medici e con la medicina cominciato appena cinque giorni dopo la nascita per colpa di una meningite. Per gentile concessione dell’editore, anticipiamo la prima parte dell’introduzione. 

Sono uno degli ultimi italiani nati in casa. Contento di esistere, quell’11 luglio del 1956 non mi rendevo conto che l’appuntamento con i medici era solo rinviato di cinque giorni e che sarei rimasto in balìa loro, all’ospedale, per i due mesi successivi. Né potevano immaginarlo i miei genitori e i miei quattro fratelli, che a una simile evenienza non erano per nulla preparati.
Mio padre, in particolare, fuggiva i camici bianchi come il peccato. Da artigiano che lavorava in proprio era considerato, benché calzolaio, alla stregua di un imprenditore e quindi non poteva contare sull’assistenza di una cassa mutua. Visite, medicine, ricoveri doveva pagarseli fino all’ultima lira; ammalarsi era vietato: sarebbe stata la catastrofe economica per l’intera famiglia, che tirava avanti col “libretto di povertà” rilasciato dal Comune di Verona. Dev’essere per questo che il giorno in cui col trincetto si squarciò il pollice sinistro fino all’osso, mentre tagliava un pezzo di cuoio, preferì ricucirsi il dito da solo col filo che usava per i guardoli.
A maggior ragione era a pagamento l’ostetrica. «Quella di Marzana, la Emma, arrivava col biroccino», un segno di distinzione degno di Giovanni Pascoli, che nel lessico di mia madre va inteso in un solo modo: costava tanto. Marzana è una frazione a 8 chilometri dal capoluogo. Le gravidanze in casa Lorenzetto si concludevano lì, dove abitavano i nonni materni. Mio padre restava a lavorare in bottega, a Verona. Assisteva al parto solo mia nonna. Ma col secondogenito il servizio della levatrice non si rivelò all’altezza. La mamma fu còlta da un’imponente emorragia «prima de secondàr», cioè prima che la placenta fosse espulsa. Ancor oggi, a 87 anni, ricorda d’aver sentito nelle orecchie il ronzio ovattato della vita che se ne va. Dalla camera da letto, posta al primo piano, il sangue colava così copioso da filtrare attraverso le fessure del pavimento di assi e gocciolare sul tavolo della cucina al pianterreno.
La nonna, vedendo che la figlia stava per morire dissanguata, implorava la Emma di praticarle un’iniezione. «Non posso. E se poi la placenta resta dentro, che facciamo?», si rifiutava l’ostetrica. «Alòra preghèmo», concluse rassegnata mia nonna. Scese in cucina e s’inginocchiò davanti all’altarino della Madonna di Pompei, alla quale era molto devota. L’emorragia cessò.
Dal terzogenito in poi, i parti a Marzana furono perciò sospesi e l’incarico venne affidato alla levatrice di Borgo Venezia, la signora Ferro, che arrivava a piedi, anziché col biroccino, anche perché abitava nella piazza della chiesa, 500 metri da casa nostra. La nuova ostetrica tranquillizzò mia madre: «Non stia a pensare, io ho capito com’è fatta lei: invece di spingere, si addormenta. Ma appena spunta la testa, le faccio una bella iniezione e così il bambino non torna indietro». Alle 12 suonò la sirena dello stabilimento Rossi. Alle 12.05 il terzogenito era fuori. Il papà, che aveva la bottega sotto casa, poté salire subito a vederlo.
Con l’ultimogenito «la storia fu contestata», pudica perifrasi materna per dire che andò storto qualcosa. Che cosa, l’ho voluto capire bene per la prima volta solo a 52 anni. Così, una domenica di settembre del 2008, sono andato a raccogliere l’intervista più coinvolgente fra le quasi 600 realizzate nell’ultimo decennio: quella a mia madre che parla di me.
Credo che tutto sia dipeso dalla mancata preparazione al parto. Mezzo secolo fa le donne concepivano spesso senza nemmeno sapere come. Venuto il tempo, partorivano nello stesso letto in cui avevano concepito. E questo era tutto. Per evitare il peggio sarebbe stato sufficiente un lettino ginecologico col poggiagambe a incavo, ma non credo che si potesse noleggiare. Fatto sta che mentre l’ostetrica mi stringeva la testa nel tentativo di estrarmi, operazione difficoltosa quando devi afferrare 4 chili e 2 etti di cristiano, la mamma ci mise del suo, serrando all’improvviso le gambe per una fitta più dolorosa delle altre. Potevo cavarmela con un cefaloematoma, molto comune nei neonati durante il travaglio. Andò peggio.
Erano le 8.40 di sera ed era mercoledì. La prima notte fu tutta un lamento, flebile quanto opprimente. Venuta l’alba, mia nonna, che aveva assistito al parto stavolta al fianco di mio padre, proruppe in un ordine di accorata drammaticità: «Bepi, ciapa un bicér de acqua, che batesèmo el butìn! Parché, son sincera, a me mama gh’è morto un fiól in ’sta maniera qua». Avendo la madre della suocera partorito otto figli, papà si convinse che la statistica era da tenere nel debito conto. Da quel momento il bicchiere d’acqua restò sempre pronto sul comodino.
Mia madre ha impresso nella memoria che “perdevo” il collo, cioè assomigliavo alle galline riverse sul bancone del pollivendolo. Apparivo sempre imbambolato e non cercavo il suo seno: «Se non ci fossi stata io a svegliarti, non avresti nemmeno reclamato il latte». Assente per ferie il dottor Gaetano Fioravanti, il pediatra di famiglia che spesso ci visitava gratis, furono chiamati d’urgenza prima il medico condotto e poi «un dotór che stava al ponte Navi», i quali valutarono il mio intorpidimento in un modo davvero singolare: «Questo bimbo è solo un gran mangione, fa delle scorpacciate».
Inutilmente la puerpera cercò di convincerli che si stavano sbagliando, e di grosso. Decise a quel punto di seguire il suo istinto materno e di accelerare le pratiche per un battesimo come Dio comanda. Il sabato mattina raccolse le forze, scese nella salumeria del signor Rino, porta a porta con la bottega di mio padre, e domandò al negoziante se per favore le lasciava usare il telefono. Chiamò la sorella a Marzana e la pregò di scendere a Verona l’indomani: «Dovresti far da madrina al mio Stefano».
Il sacramento mi fu amministrato nella chiesa di San Giuseppe Fuori le Mura. Cerimonia scabra. Niente pranzo. Alla fine del rito, mia zia fu molto esplicita con la sorella e se ne uscì con un’espressione che tradotta dal dialetto veneto suona pressappoco così: «Sono addolorata, ma non ci vedo dentro niente di bello nemmeno io». La conferma che mia mamma non avrebbe mai voluto sentire. «Sai che faccio? Ti lascio qui e corro dal dottor Orlandi, che vede tanti di questi casi», soggiunse la madrina.
Il dottor Orlandi abitava a Quinto di Valpantena, tutt’uno con Marzana. Non l’ho mai conosciuto. Ma lui ha conosciuto me. È stato il primo vero medico della mia vita. Sento di volergli un gran bene e sono sicuro che un giorno, da qualche parte, troverò il modo di dirglielo. Mi sarebbe piaciuto almeno sapere il suo nome di battesimo, un nome di santo, il mio santo protettore. Purtroppo nessuno se lo rammenta. Fa niente. Quando avremo l’occasione, lo riconoscerò dallo sguardo. È per questo che ci saranno dati occhi nuovi, non è vero?
Fu lui, il dottor Orlandi, a salvarmi. Mia madre è sicura d’aver notato parecchio tempo fa la sua fotografia tra i necrologi del quotidiano locale, tanto che gli recitò una prece riconoscente. Doveva essere nato fra il 1920 e il 1930, perché in quel 1956 avrà avuto circa 30 anni. Era pediatra all’ospedale infantile Alessandri, un padiglione inaugurato nel 1914 all’interno dell’ospedale civile di Borgo Trento.
Il lunedì mattina, col primo tram, quello delle 6, il dottor Orlandi fu a Verona. Bussò alla porta di casa nostra, al numero 28 di via Girolamo Dai Libri. I miei non sapevano del suo arrivo e si stupirono molto. «Mi manda sua sorella, mi faccia vedere il bambino», disse a mia madre. Fui deposto in mezzo a un grande cuscino apparecchiato sul tavolo della cucina, sotto la luce del lampadario. Gli bastarono pochi gesti. Si girò verso mio padre: «È brutto dirglielo a bruciapelo, ma deve chiamare un taxi e portare subito suo figlio in ospedale. Va ricoverato immediatamente. Non c’è tempo da perdere». Vedendo mia madre sbiancare in viso, per pietà non riferì la diagnosi.
Il signor Rino era uno dei pochi abbonati della Telve nel quartiere e aveva messo a disposizione il proprio telefono anche di notte. Si approfittò della sua cortesia: fu svegliato prima del solito. L’autista di piazza non tardò molto. Mezz’ora dopo ero all’ospedale infantile Alessandri, il cui direttore, l’insigne professor Vittorio Mengoli, non si sarebbe però fatto vedere prima di metà mattina. Col cuore straziato, mio padre fu costretto a tornare a bottega: aveva pur sempre quattro figli, quasi cinque, da sfamare.
Le madri in attesa di notizie dei loro piccoli furono divise in due gruppi. Verso le 10 il secondo gruppo, formato dalla signora M.C. e da mia madre, venne preso in disparte dal primario. Alla prima il luminare disse semplicemente: «Temiamo che sia leucemia». A mia madre: «Signora, guardi che il suo bambino ha una malattia per la quale ci vuole un raggio di fortuna». L’ho sentita pronunciare infinite volte, questa frase, dalla mamma. «Non disse: “Ci vuole un miracolo”», mi ha ripetuto anche a settembre del 2008. «Disse: “Ci vuole un raggio di fortuna”». Credo che per lei fosse suonata persino più incomprensibile e maligna della diagnosi: «Meningite».
Ora perlomeno nella sua mente sconvolta le era tutto chiaro: aveva stretto troppo le gambe nel darmi alla luce. Che importanza poteva avere, per lei, che si fosse trattato della forma virale o di quella batterica, o di pachimeningite, un’infiammazione della duramadre, la membrana che avvolge l’encefalo e il midollo spinale, talvolta conseguente a traumi da parto? Era comunque tutta e solo colpa sua.
«Ti facevano le lombari e anche le punture nella testa», piange ancora adesso, a distanza di 52 anni. Delle prime non so. Ma delle seconde reco un segno indelebile, una chierica nella regione temporale destra che da ragazzo cercavo di occultare sotto i capelli. Un giorno o l’altro dovrò decidermi a farla brevettare. Mi fu procurata da un’infermiera con un’energica strofinata di cotone imbevuto d’alcol prima di un’iniezione. Suppongo che gli inventori del Silk Epil non sappiano della possibilità di raggiungere risultati permanenti, in fatto di depilazione, con un metodo tanto semplice.
La mamma rimase con me in ospedale 35 giorni, visto che doveva allattarmi. Per tre volte mi credette morto. Continuava a piangere. Finché la caposala, un’energica suora della Misericordia, la prese per un braccio e le diede uno strattone: «Se vuol bene a suo figlio, la smetta di disperarsi! Guardi che se le va via il latte, il primario la rimanda a casa».
Il verdetto del professor Mengoli, all’atto della dimissione, fu brutale: «Per noi è clinicamente guarito. Ma non posso assicurarle che da grande sia normale». Figurarsi mia madre. Tornata in via Girolamo Dai Libri, visse le 24 ore successive china sulla culla del figlio, ascoltandone il respiro, sfiorandogli di continuo il petto per accertarsi che il cuore battesse ancora, osservando ogni più impercettibile movimento degli occhi e del capo.
Fu la mia fortuna. Infatti s’accorse in piena notte che ero diventato cianotico e rigido «più del bertagnin», il baccalà. Il dottor Fioravanti era tornato dalle vacanze al mare. Mio padre corse a chiamarlo. Si precipitò. Fu approntato il solito cuscinone. I miei ragguagliarono il pediatra su quanto era accaduto nei 35 giorni precedenti. Mi controllò i riflessi: non un sussulto. «Sapete che cosa devo dirvi?», guardò sconfortato mamma e papà. «Pregate il Signore che se lo riprenda. Perché questa, secondo me, è encefalite».
Il signor Rino fu svegliato per la seconda volta. Durante la corsa verso l’ospedale, vedendo nello specchietto retrovisore i due genitori affranti curvi sul bimbo avvolto in fasce, il tassista si mise a piangere. Davanti all’Alessandri riuscì a dire soltanto: «Ve auguro tuto el ben de ’sto mondo». Non volle essere pagato.
Dall’atto del ricovero, passarono ore. Finalmente il medico di guardia s’affacciò in sala d’attesa: «Siete voi i genitori di Lorenzetto Stefano? Ho una bella notizia da darvi: state tranquilli, stavolta il dottor Fioravanti s’è sbagliato. Non è encefalite, ma solo uno sbalzo di temperatura. In ospedale gli stanzoni sono grandi e fa sicuramente meno caldo che a casa vostra. Il bambino qui s’era acclimatato. Debilitato com’è, ha reagito male al cambio di ambiente. Lo teniamo dentro per precauzione fino a che non si sarà completamente ripreso». Altri 25 giorni di ricovero. La mamma sempre accanto. Fui dimesso che era quasi autunno.
A fine settembre arrivò a casa una lettera spedita dalla Basilica del Santo di Padova. Mia madre la aprì. Dentro c’era una custodia blu, 5 centimetri per 4, con incollate all’interno un’immaginetta metallica di Sant’Antonio nell’atto di spezzare il pane per consegnarlo a una famiglia di affamati e due scritte: «Sant’Antonio prega per noi» e «Sant’Antonio benedici i nostri benefattori». Le ci volle del tempo per scoprire che sua mamma e sua suocera, mentre lei era all’ospedale con me, avevano fatto un voto al Taumaturgo per la mia guarigione e inviato un’offerta all’Opera Pane dei poveri. Quella placchetta votiva è sempre rimasta nel portafoglio di mio padre. Alla sua morte è passata a me. Insieme con una bicicletta, rappresenta l’unico bene che un ciabattino poteva lasciarmi in eredità. Adesso si trova sulla mia scrivania. Pur chiusa nell’astuccio, sono sicuro che mi osserva mentre scrivo. O, per meglio dire, mentre traduco dal dialetto, la mia lingua, le poche e sparpagliate idee che vado affastellando sulla carta da 35 anni.