«La mia vita sta tutta

Il concerto all’Auditorium lunedì servirà per sostenere la ricerca

È una di quelle persone che nella vita ne ha passate tante, che il dolore lo ha conosciuto fino in fondo, ma che non si è lasciato vincere. «Se mi sono salvato - dice - è perché sono riuscito a trasformarlo in musica». Aggrappandosi a qualcosa di speciale che gli altri non avevano: una voce con un'estensione lunghissima, perfettamente intonata, potente. «Ma anche alla tenacia che ho imparato fin da bambino, e ai valori che mi hanno insegnato i miei genitori, e alla fede che ho riscoperto crescendo». A sentirlo parlare dalla sua casa tra Lecce e Brindisi, di ritorno dalle viti che cura come delle figlie, Al Bano è ancora un ventenne che manda fuori lava calda. Parla del suo passato con trasporto, di quando sua madre lo partorì nel dopoguerra e lui era denutrito, di come emigrò a Milano che aveva solo diciotto anni perché voleva diventare cantante, della nostalgia di casa, delle fatiche. Accenna solo di striscio alla figlia persa, e lascia correre il resto delle vicende sentimentali. Ma di vita da raccontare ce n'è tanta, «anche se per farlo - dice - è meglio ascoltare i 40 anni di canzoni che ho alle spalle, perché parlano meglio».
Le hanno chiesto di prestare la sua voce per Telethon, lunedì prossimo, in una serata che servirà a raccogliere fondi contro le malattie genetiche. Secondo lei perché?
«Guardi, qualche giorno fa sono stato invitato in una scuola a raccontare la mia vita. Appena sono entrato genitori e ragazzi si sono alzati in piedi e mi hanno fatto un lungo applauso. Ho capito che forse pensare alle mie vicende dà un senso di speranza».
È un modo per dire che ne ha passate tante?
«Non è che voglio esagerare, ma io sono cresciuto nelle difficoltà, e sono stato abituato subito a lottare. Nel '43, quando sono nato, ero denutrito. Mio padre era in Albania a combattere, mia madre era stata ripudiata dalla sua famiglia perché si era sposata prima del dovuto. Poi il resto..., sa una figlia che manca non è una cosa facile da superare».
Però ci è riuscito...
«Il dolore fa parte dell'umanità, ma se lo prendi bene ti fortifica. Voglio dire che la cosa importante è non restarne vittime, ma trasformarlo in qualcosa di positivo».
Lei lo ha fatto cantando. Quest'anno «Nel sole» compie 40 anni.. a chi pensava quando l'ha scritta?
Pensavo a Milano. Sono emigrato dalla Puglia giovanissimo seguendo le orme di Modugno. Volevo fare il cantante e mi sono detto: adesso mi leggo tutto quello che ha fatto e lo faccio anch'io. Questa città l'ho amata tanto, è stata la mia università di vita, però avevo nostalgia di casa. Così cantavo «quando il sole tornerà... e nel sole io verrò da te... un altro uomo troverai in me».
Erano gli anni ’60, altri tempi. Cosa consiglierebbe a un ragazzo che vuole fare il cantante oggi?
«Di valutare bene se lo vuole davvero. Io sono convinto che se il talento c’è, prima o poi viene fuori. Ma bisogna essere consapevoli che ci sono mille difficoltà e che c’è solo una cosa per superarle: la passione. Senza quella, meglio lasciare stare».
È la stessa cosa che dice ai suoi figli?
«Fosse per me avrei voluto che facessero tutti gli avvocati perché in giro ci sono tanti "vampiri". Ma a parte gli scherzi, cerco solo di metterli in guardia dalle trappole del mondo che oggi sono molte di più».
Al Bano (per Telethon)
Lunedì 19 novembre ore 21
Auditorium largo Gustav Mahler
Biglietti 30 - 40 euro
Tel. 02.83389.401/402/403