«La mia vita in taxi in una città senza paura»

Racconta di un mondo che sembra lontanissimo Franco Cantoni, classe 1934, 77 anni tra una ventina di giorni. Un mondo nel quale lui guidava un taxi nero e verde, un 1400 della Fiat che sembrava tanto una macchina americana, i vigili dirigevano il traffico su una pedana rotonda perché i semafori non erano poi così tanti e le vere signore erano autentiche donne di classe. E Milano? Com’era Milano? «Una città stupenda - risponde subito lui piacevolmente immerso nei ricordi - che offriva lavoro a tutti, dove ti sentivi a casa anche se non eri nato qui, l’educazione regnava sovrana e la convivenza civile non era un teorema astratto».
Tassista dal luglio del ’57 - il più anziano della città - a bordo della sua Punto bianca «Delta 32», Cantoni stigmatizza la differenza tra la Milano di ieri e quella di oggi con un’immagine tra il pratico e il filosofico, elaborata con la saggezza di chi, il genere umano, ha imparato a conoscerlo bene anche se gli volta sempre le spalle. «Una volta quando il cliente prendeva il taxi mi chiedeva di fermarmi 200 metri prima dell’indirizzo che doveva raggiungere perché la sobrietà era un valore reale e molto sentito; oggi c’è gente che scende dall’autobus 500 metri prima della meta prevista e sale sul taxi proprio per farsi vedere che se lo può permettere».
Come ha iniziato questa professione? Per passione?
«No, per caso. Sono l’unico dei miei 4 fratelli a essere nato in Italia: dal ’37 al ’50, infatti, con i miei genitori, ci trasferimmo tutti in Eritrea, a 40 chilometri da Asmara: un’esperienza indimenticabile. Mio padre là si occupava di trasporti e, quando non c’era lavoro, guidava anche i taxi. Tornati in Italia come profughi nel 1950 (gli inglesi ci sfollarono) vista la nostra esperienza, lavorai per un po’ a Parma con papà nel campo dei motori marini, poi ci trasferimmo a Milano. Vista la nostra precedente esperienza, quando finì il servizio militare, nel luglio del ’57, mio padre, che nel frattempo aveva tramutato la licenza eritrea in una italiana, mi propose di riprendere l’attività da tassista».
Com’era allora il lavoro? Più spensierato? Meno redditizio?
«Allora eravamo tutti sicuramente meno ricchi, ma spiritualmente più forti. Ora siamo più attraenti in apparenza, ma in realtà molto più fragili. È la paura di non essere all’altezza, di sembrare inferiori che porta alle reazioni inconsulte. Quando ho iniziato questo lavoro essere poveri non era una colpa, ora sì».
La gente si sfoga con lei? Cosa le racconta?
«Un po’ di tutto. Il tassista è una schiena che si vede una volta e quasi sicuramente non s’incontra più, così il cliente non si maschera con noi. Quante confessioni di donne tradite e in lacrime ho raccolto! Una volta, dopo che avevo portato in giro una signora per vedere dove si trovava il marito e lei ebbe individuato la sua auto davanti alla casa dell’amante, la donna si voleva vendicare tradendolo con me, ma io declinai l’offerta. Sul taxi la gente, che adesso si sente spesso molto sola e infelice, si sfoga. E dice cose che non ha il coraggio di ammettere neanche allo psicanalista».
Un episodio particolare?
«Trent’anni fa, alla stazione di Porta Genova. Un tizio trafelato salì in macchina. “Portami via! Subito! Parti! Parti!” mi gridò. E poiché io indugiavo ad accelerare, un po’ per il suo tono maleducato e un po’ per il traffico intenso, mi puntò la pistola alla testa. “Guarda che se non parti ti sparo”. Dopo 300 metri, al primo semaforo, scese improvvisamente...Poco dopo sentì la sirena della polizia: quell’uomo aveva appena commesso una rapina. Però mi creda: un tempo anche i balordi avevano la loro etica, ora no».
Come quei balordi che hanno aggredito e ucciso il suo collega, Luca Massari?
«Guardi, per me quello che è successo al nostro povero collega è stata la dimostrazione di un’enorme fragilità spirituale che molti riescono a combattere in casi estremi solo con aggressività e violenza contro il prossimo: quei ragazzi dovevamo dimostrare che contavano qualcosa, che esistevano».
Di personaggi famosi ne avrà portati parecchi in tutti questi anni alla guida di un taxi. Un nome su tutti?
«Catherine Spaak: una vera signora, molto gentile ed educata, con un savoir faire che era parte di lei, non affettazione: non sopporto le persone troppo ossequiose. Tra gli uomini Indro Montanelli: abbiamo parlato più volte della comune esperienza, seppur in momenti diversi, in Africa orientale. Inutile dire che era un uomo eccezionale».