«La mia vita con Terzani tra l’Oriente e Milano»

È brava Angela Terzani Staude a frugare nel baule dei ricordi per restituirci, con generosità, una piccola ma significativa particella del complesso «Pianeta Terzani». «Tiziano è sempre stato un fiorentino, un occidentale dall'animo inquieto. Solo l'India riusciva a quietarlo un poco». E in India, ultima tappa di un girovagar per l'Asia che condusse la famiglia Terzani (Tiziano, la moglie Angela e i figli Folco e Saskia) tra Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo e Bangkok, il grande giornalista visse dal '94 al 2004. Ieri pomeriggio Angela Terzani Staude -genitori tedeschi, natali a Firenze e compagna di viaggio di una vita del giornalista scomparso quattro anni fa - era a Milano, a Villa Necchi Campiglio, invitata dal Fai-Fondo per l'Ambiente Italiano, ha discusso con Andrea Kerbaker sul tema Vivere in India. Ricordi di vita con Tiziano Terzani. «È un piacevole ritorno a casa: mio marito ed io siamo sempre stati legati a Milano».
Tiziano Terzani amava la nostra metropoli?
«Milano è stata una città molto significativa per la nostra vita: è qui che, al ritorno dagli Stati Uniti dopo la borsa di studio alla Columbia University per studiare il cinese, Tiziano trovò il primo lavoro al Giorno. E nel '71 qui nacque nostra figlia. Siamo sempre stati più legati a Milano che a Firenze perché a Milano c'erano i nostri editori. E poi tanti amici».
Ieri a Villa Necchi si è parlato del vostro soggiorno indiano. Che cos'era l'India per Tiziano Terzani?
«L'unico spazio dove trovava pace. In quegli anni la modernizzazione era agli inizi, ma il nuovo corso dell'India non interessava a Tiziano: eravamo già stati in Giappone e sapevamo dove avrebbe condotto tutto questo. Tiziano non ne era felice».
Che cosa cercava?
«Voleva ritirarsi in un posto dove non essere aggredito dalla tv, dai giornali, dagli slogan. Cercava un luogo dove pensare attivamente e non passivamente».
Ci è riuscito?
«In India, nel suo ritiro ai piedi dell'Himalaya, ha capito che l'uomo non può considerarsi al di fuori del contesto della natura. Noi tutti siamo soggetti al ciclo della vita e della morte: dobbiamo imparare a vederci all'interno di un ritmo più vasto e abbandonare la frenesia dell'accumulo. In ogni caso, Tiziano era tanto poco portato per la meditazione che anche al termine della sua vita trovò la forza per dettare a Folco La fine è il mio inizio (edito da Longanesi, il volume raccoglie le riflessioni di tutta la sua vita, ndr)».
Si è parlato anche del vostro viaggio a Lucknow, capitale dello stato indiano Uttar Pradesh, cui è dedicata la mostra a Villa Necchi.
«Ci andammo nel '98. È una delle città più fastose dell'India, la città dei nababbi, dei sultani e del colonialismo inglese: Tiziano era affascinato dalla sua storia. Fu triste constatarne lo stato di decadenza».
Lei continua a viaggiare: com'è l'India di oggi?
«Sono tornata da Delhi pochi mesi fa: il cambiamento è impressionante. Prima da lì al rifugio di Tiziano impiegavamo 12 ore di macchina su strade piene di buche e dei mezzi più improbabili: carretti, gente a piedi vestita in abiti tradizionali, motorini. Adesso ho visto solo auto. È un peccato che l'Asia abbia così fretta di correre. Non vede l'ora di mettersi al passo con noi per poi superarci e pare disinteressata a conservare la propria identità».