«La mia vita è tutta uno show» Ecco la contessa Garavaglia

«A casa mia c’è stato il più assurdo salotto degli artisti che transitavano a Milano: da Albertazzi alla Proclemer alla Pivano. Amo mescolare le culture»

Enrico Groppali

Quando fa il suo ingresso nel salone delle feste del suo «royal flat» (come l'ha definito un amico newyorchese) con la sua bionda criniera che ricade mollemente sul giacchino di leopardo,sembra la moderna reincarnazione di Anäis Nin, l'icona dell'erotismo cantata da Henry Miller. Alle sue spalle si apre a soffietto, come per magia, la collezione delle tele famose, la raccolta di Vergini del Rinascimento e degli idoli orientali. Entra Pinina Garavaglia, detta la Contessa Rock per la sua infaticabile attività di animatrice di feste a casa sua e di meeting oceanici nelle discoteche.
Una signora che si definisce (con ragione) un'intellettuale la quale, dall'intimo raccoglimento del salotto, è passata al megapalcoscenico di veri e propri summit dove la gente fa a pugni per assistere ai suoi gesti vocali, sentire la sua musica transe e vedere i suoi poemi visual.
Come mai, chiediamo a questa bella signora che è regista, commediografa e poetessa, nonché madre di quattro splendidi figli, il mito del salotto come fucina di ghiotte indiscrezioni e scontro di intelligenze privilegiate, oggi appare datato?
«Non sono d'accordo con lei», è l'imprevedibile risposta, «dato che, tanto per dirne una, il mio è e rimane un salotto sia pure aggiornato alle nuove categorie della comunicazione».
Può spiegarsi meglio?
«Da quando mia madre, che era figlia di Giovanni Corvini, il ritrattista delle dame lombarde, e diretta discendente di Mattia Corvino, re d'Ungheria, mi ha lasciato sola, molta acqua ahimé è passata sotto i ponti. Dagli anni Settanta in poi, non lo nego, il salotto come arena esclusiva di quelle dispute accanite che, prima di finire in Parlamento o sulle pagine dei giornali, erano varate in quel delizioso interregno che sta tra il boudoir e il bureau, è morto per sempre. E forse io per prima ho contribuito a seppellirlo. Ma solo per farlo risorgere sotto una luce più calda, la stessa che si respira, me lo consenta, negli interni del mio pittore preferito, il Tintoretto».
Che differenza c'è tra il salotto di sua madre e le feste in cui Pinina, a casa sua, celebra, incoraggia, promuove amori, amicizie, scambi culturali?
«Mia madre Ninì era, come me, una cattolica dal cuore d'oro che aveva eletto il salotto a luogo deputato per eccellenza. Basti pensare che, quand'ero bambina, Antonino Votto, tenendomi in braccio, mi insegnava il solfeggio sul suo Steinway mentre, due poltrone più in là, l'arcivescovo di Milano rimproverava De Chirico per il suo agnosticismo in totale disaccordo coi miei parenti che, nel massimo rispetto per le gerarchie, erano tuttavia proseliti della libertà di coscienza. Invece io, fin da bambina, avevo tramutato il salotto in un teatro».
Ma non mi dica!
«Lo dico e lo urlo, se non mi crede. Sa qual è stato il primo libro che ho letto?».
Se non me lo dice lei...
«I miei, al posto delle favole, a cinque anni mi misero in mano la biografia del mio trisnonno che, nel Risorgimento, si era arruolato nella Compagnia della Morte del generale Antonini col quale aveva girato tutta l'Italia dai boschi ai fiumi, dalle pianure al mare».
E allora?
«Dettavo alla mia governante le scene di quella straordinaria campagna militare. Ne venne fuori una saga degna del Far West che dapprima feci recitare ai burattini e, a otto anni, ai miei piccoli coetanei che, con implacabile rigore, obbligai a confezionare i costumi, ritagliandoli dalla carta come si faceva a Carnevale».
Mi sta dicendo che, da università del Bon Ton, il salotto era diventato lo spazio creativo del bambino?
«Certo. Senza conoscerlo, avevo anticipato Piaget. Tutto da sola. Verifichi, se non mi crede».
Le credo, le credo. Ma poi cosa accadde?
«Che mia madre, spaventata da tanto estro, mi ingiunse di lasciare in pace le reliquie di famiglia».
Andiamo avanti, e passiamo all'età adulta. Cosa fece? Demolì alle fondamenta quel famoso salotto?
«Niente affatto! Pubblicato il mio primo libro di poesie dedicato alle formiche, cominciai a scrivere brevi scene comiche, dei dialoghi spiritosi e quasi surreali che misi in scena con gli amici di sempre, Sandro Quasimodo figlio del poeta e Cristina Gastel nipote di Luchino Visconti. De Monticelli, che allora era il critico del Giorno, scrisse che ricordavo Ionesco».
Tutto questo avveniva qui, in questa casa?
«Qui, e altrove. Si collaudava lo spettacolo in privato, e poi si andava al Sant'Erasmo, al San Babila e alla Chiesa di San Barnaba. Ci divertimmo come dei matti ma, Dio mio, quello fu solo l'inizio».
Come si comportò quando fu arbitra assoluta del suo salotto?
«Promossi il più assurdo melting pot di artisti che transitavano per Milano. Da me si esibivano Albertazzi e la Proclemer, Alvin Ailey e la Pivano. Ho sempre coltivato la mia passione predominante che consiste nel mescolare tutte le culture perché, dal cocktail delle diversità, nasca quel quid inatteso e irresistibile che ci porti sull'altra faccia della luna. Anche se devo riconoscere che la mia autentica vocazione ho potuto esprimerla solo in discoteca».
Perché lì cos'ha fatto?
«Ho portato le musiche di Grieg e di Bruckner da un lato e, dall'altro, me stessa vestita da Madame Pompadour».
Complimenti! Ma questa attività continua ancora?
«Come no! Sia in questo salotto che nei disco in cui mi sono infilata, da Milano a Santo Domingo, da Lisbona a Ibiza, la ricetta Garavaglia non cambia. Su tutto infatti domina l'infusione».
Stiamo parlando di tisane?
«Macché! L'infusione è una forma di convivenza tra i ritmi del rock, l'estetica del rap e il delirio logico della mia poesia che declamo a pieno volume davanti a duemila persone, come è accaduto a Berlino. Grazie a me, il salotto è diventato la festa che voleva Rousseau».
Ossia?
«Ossia il trionfo del made in Italy nell'Europa di oggi dove io, che gli amici hanno ribattezzato “l'occhio del pensiero”, sono la Regina delle Nevi che intrattiene, nei Quadri Viventi, la sua amica più cara: Grace Jones».