"Mia zia Lina Merlin, la puritana che 50 anni fa chiuse i bordelli"

Franca Cuonzo, rimasta orfana della mamma a 12 anni, fu adottata dalla leggendaria zia socialista, che ha sempre chiamato Mialina, "perché lei amava solo me e io amavo solo lei". Di quel 20 settembre 1958 ricorda un rogo...

La casa Merlin per antonomasia è un antico palazzo che s’affaccia su piazza dei Signori, il salotto di Padova. È così che i puttanieri chiamavano i postriboli - case Merlin - in spregio alla senatrice socialista che dopo un decennio di battaglie solitarie li avrebbe fatti abolire. Una lapide sulla facciata ricorda che qui visse lei, Lina Merlin, 1887-1979, «una puritana nata nel Paese sbagliato», la definisce Franca Cuonzo, la nipote che l’ha avuta per madre per più della metà dei suoi 83 anni e oggi abita in questo santuario col marito Guglielmo Travaglia Zanibon, editore musicale finito in rovina per aver stampato l’opera omnia di Luigi Boccherini, quello del Minuetto.
Quando 50 anni fa le case chiuse divennero veramente tali, cioè furono chiuse per sempre, la professoressa Cuonzo stava già da lungo tempo con la zia Lina, ribattezzata Mialina, «perché era l’unica cosa che avevo, lei amava solo me e io amavo solo lei». Gli studenti universitari vennero sotto le loro finestre a bruciare in effigie la vecchia befana nemica delle marchette. «Dovreste essere intellettuali, invece siete imbecilli nati», li mandò a farsi friggere la combattiva parlamentare che non tollerava la tolleranza. Uguale sputata, per ardimento, al nonno irredentista, un veterinario di Chioggia che sotto il dominio asburgico aveva chiamato le tre figlie Giusta, Italia, Vittoria e la domenica le portava a passeggio vestite di bianco, rosso, verde.
Franca Cuonzo è cresciuta a questa scuola. In onore dei giovani fratelli di Lina Merlin morti durante la Grande guerra - uno, Mario, medaglia d’oro al valor militare, immolatosi sulla Bainsizza; l’altro, Carluccio, ucciso dai gas asfissianti austriaci - da piccola cantava un motivetto che le aveva insegnato la nonna Italia: «Xe morto Radetzsky/xe morto Radetzsky/quel fiól de ’na vaca/i lo g’à messo in pignata/che brodo ch’el fa». Alla restante educazione sentimentale provvide la zia socialista. «Nel 1936 mia mamma Amelietta morì giovanissima di nefrite. Io ero dodicenne. Quello stesso anno morì anche Dante Gallani, il marito che Mialina aveva sposato da poco, un medico divenuto deputato socialista dopo aver debellato la pellagra nel Polesine, così buono da accettare d’avermi tra i piedi persino durante il viaggio di nozze a Santa Margherita Ligure. Mia zia piombò a Padova come una furia: “Non lascio la bimba in questa città gretta e provinciale. La porto con me a Milano. Uniremo le nostre due solitudini”». Il padre di Franca, Antonio Cuonzo, un sant’uomo originario di Bari, non poté far altro che assentire. Da quel momento l’unica potestà che ebbe sulla piccola fu quella ponderale. «Siccome non crescevo, ogni volta che tornavo a Padova papà mi metteva sulla bilancia. Mialina mi riempiva le tasche di chiavi in ferro per ingannarlo sul peso».
Non fu facile diventare figlia unica di una madre adottiva così esigente. «Era una donna rigidissima. Ai giardini pubblici potevo correre soltanto intorno alle aiuole rotonde, mai quadrate o rettangolari: Mialina sosteneva che gli angoli retti obbligano il cervello a una strozzatura, ottundono l’ingegno. Ogni domenica dovevamo andare insieme al cimitero monumentale a portare i fiori sulla tomba di suo marito. Ma non a dicembre, perché le mamme facevano un albero di Natale fra le lapidi dei figlioletti morti e appena adocchiavano una bambina la chiamavano a recitare un requiem, offrendo in cambio cioccolatini. “Basta, tu vieni solo per i dolciumi!”, sentenziò la zia, e aveva ragione».
Quando Benito Mussolini arrivava in visita a Milano, zia e nipote riparavano a Parigi per evitare l’arresto preventivo. «Ci ospitava monsieur Sebastianì a place de Clichy. Lì conobbi Pietro Nenni, esule con la famiglia, e la figlia di Amedeo Modigliani, Jeanne, che era stata anche lei adottata da una zia». La vegliarda che ho davanti a me è il prodotto di queste esperienze. Avendo insegnato per lungo tempo latino, greco e francese, è capace di alternare delicati eufemismi - maison clause al posto di casino, pirolino al posto di pene - a espliciti volgarismi che spaziano da puttanone a scopatine. Cattolica praticante, desolata per la scomparsa del Psi, sull’ascensore che porta direttamente all’interno della sua casa-museo ha appiccicato col nastro adesivo la locandina di un convegno con la foto dell’accigliata zietta e un poster con la cronologia dei 266 pontefici, da Pietro a Benedetto XVI. Le prove del suo proteiforme talento sono disseminate un po’ dovunque, persino sotto i tavoli, muniti di assi sorrette da catenelle: «Non sapevo più dove appoggiare i libri. Sa, col trapano me la cavo benissimo. Ha qualche dente cariato? Le posso dare una sistematina».
L’italiano medio odia Lina Merlin.
«Gli italiani medi ragionano solo con la parte mediana del corpo, l’unica vitale, perché la testa non ce l’hanno. A mia zia di quello che facevano col loro pirolino non importava nulla. Ha semplicemente eliminato l’intervento dello Stato nel mercimonio del corpo. Altrimenti l’Italia sarebbe stata cacciata dalle Nazioni Unite, visto che la Convenzione dell’Onu approvata nel 1951 vieta “la prostituzione e il male che l’accompagna, cioè la tratta degli esseri umani”».
Ciò non toglie che la sua mamma adottiva sia poco amata.
«Dimenticano che fu arrestata cinque volte dal regime fascista e mandata per quattro anni al confino in Sardegna. Dimenticano che fu mia zia a far inserire la formula “senza distinzione di sesso” nell’articolo 3 della Costituzione. Dimenticano che fece cancellare dalla carta d’identità l’infamante marchio “padre N.N.”, non nominato, per i figli illegittimi».
Ebbe la solidarietà dei socialisti, almeno?
«Quando la legge arrivò in discussione in Parlamento, Mialina pregò Pietro Nenni di ordinare al partito di votare a favore, “altrimenti farò i nomi dei compagni proprietari di casini”, aggiunse. Nenni sbiancò: “Dio mio, Lina, e come faccio ad avvertirli tutti? Mi serve tempo”. Solo a Firenze la metà dei bordelli avevano tenutari socialisti. E nelle alte sfere non andava meglio. Il più sporcaccione di tutti era Lelio Basso. A Lione con Mialina per un congresso dei socialisti, me ne andai a passeggio. Un tizio mi seguì per strada e attaccò bottone. Era Basso. Io gli parlai in francese. Lui mi credette del luogo. Più tardi raccontò a mia zia tutto eccitato: “Lina, vedessi che pollastrella ho trovato! Oggi pomeriggio me la porto al cinema”. “Povera disgraziata e disgraziato anche tu”, lo rimproverò lei. In quel momento arrivai io. Le lascio immaginare la scena. A Roma i compagni s’intrattenevano con le donnine persino nella sede del partito. Durante una direzione, Mialina puntò il dito: “Sia messo a verbale che questo non è un lupanare e che l’onorevole Basso le sue troie deve portarsele in albergo”».
Davvero una puritana nel Paese sbagliato.
«Però chiamava “lingua biforcuta” il giornalista Ugo Zatterin che nel telegiornale del 20 settembre 1958 era riuscito a dare la notizia della chiusura dei bordelli senza mai nominarli e senza neppure citare le prostitute o la prostituzione. Insomma, pur avendo studiato dalle canossiane, era tutt’altro che una bacchettona. Eppure tutti credono che fosse democristiana. Quel bigottone di Oscar Luigi Scalfaro le diceva sempre: “Lina, sei nel partito sbagliato, vieni nella Dc”».
Ma alla fine non si convertì?
«Non ne aveva bisogno: ha sempre creduto in Dio. Però quando da pensionata si ritirò all’Opera Immacolata Concezione di Padova, un giorno, vedendo le altre ricoverate che facevano la comunione durante la messa, si mise in coda anche lei. Andai subito a scusarmi col prete. Mia zia aveva 92 anni e lui, che ne aveva 90, mi confidò d’essersi chiesto: “Signor Iddio, cossa fasso co’ ’sta anima che la xe vegnua liberamente a l’altar? Tu sei il Padrone di tutto, Tu me l’hai mandata”. E le diede l’ostia consacrata. Mialina morì poco tempo dopo».
Roberto Merlin, consigliere comunale della Lega a Treviso, che dice di essere suo parente, vorrebbe riaprire i bordelli.
«Un millantatore. Non so neppure chi sia. Ho scritto sia a lui che al sindaco: egregio signore, non ho mai avuto la gioia di conoscerla, né in famiglia né ai funerali di famiglia, occasioni in cui ci si ritrova post multa tempora, e dunque non si vergogna a usare il nome di mia zia, che è sacro? Non mi ha neanche risposto».
Questo Merlin sostiene che gli ha scritto un vecchio professore di Napoli, secondo il quale la violenza giovanile è frutto del mancato sfogo nei casini.
«Che si sfoghino nei campi! Lei lo sa che a Milano mi toccava andare a cercare in Duomo i miei compagni di studi? Dopo pranzo, quando la chiesa era vuota, avevano il coraggio di scopare fra le navate, nascosti dietro le colonne. Ma che razza di uomini sono?».
La legge Merlin ha fallito: solo nel Veneto ci sono almeno un centinaio di topless bar, locali di lap dance, club privé. Tutti casini mascherati. Ai tempi di sua zia erano appena 30.
«Col cavolo. Prima dell’entrata in vigore della legge fecero una retata a Milano. In una sola sera furono pescate 36.000 coppie clandestine in case compiacenti».
Tinto Brass, veneziano doc, mi ha detto che succede qui perché «i veneti xe sempre sta’ dei gran porconi».
«E lui è il più porcone di tutti».
«Troppa astinenza», sostiene Brass. «La fame arretrata, una fame ruzantiana, si fa sentire. Ho un’amica che in questi topless bar funge da piatto. I clienti le pranzano sul culo».
«Ma quale fame e fame! Questa è una malattia della società. Anzi, di tutte le società. Tant’è vero che in Italia chiamavano la sifilide “mal francioso” e in Francia “mal italien”. Io a questi uomini chiuderei il pirolino col nastro adesivo, così imparano».
Brass sostiene che quella della prostituta è una professione come un’altra: «L’operaio vende un braccio, il calciatore una gamba, la puttana la vagina».
«Ma qui mica stiamo parlando di Ninon de Lenclos, donna di lettere passata alla storia che esercitò con successo fino agli 89 anni e che al giovane Voltaire, accompagnato nel salon dal padre notaio perché gli fossero risvegliati i sensi, disse: “Sei così intelligente che a te lascerò in eredità la mia biblioteca”. Qui stiamo parlando di povere disgraziate dell’Est ridotte in schiavitù».
Agli adolescenti che cosa si sente di consigliare in tema di sesso?
«Una distinta signora affrontò mia zia in pubblico: “Insomma! Lei vuol chiudere quelle case, ma se mio figlio ha determinati bisogni, che devo fare?”. E Mialina le rispose secca: “Trovi la figlia di una sua carissima amica che abbia gli stessi bisogni”. E santo cielo! Che aspettino. Guardi, io non sono contro l’amore. Ma quando insegnavo al liceo Tito Livio avevo il problema degli studenti che si passavano i messaggini erotici. Li ho avvertiti: se ne intercetto uno, o lo mando ai vostri genitori o ve lo faccio mangiare, scegliete voi. Un giorno ne beccai uno. Feci venire l’autore alla cattedra. Ingoiò il biglietto senza una parola. Più circolati foglietti».
Oggi con gli sms farebbe più fatica.
«Sono sempre stata molto decisa anche da studentessa. Diedi un esame con Concetto Marchesi, vecchio pomicione che si divertiva a mettere in imbarazzo le ragazze perbene costringendole a tradurre brani sconci. Prima di me era scappata via tutta rossa in viso una suorina, alla quale voleva far leggere ad alta voce la Coena Trimalchionis di Petronio. Ci provò anche con me. Benissimo, professore, tradurrò dal latino al greco, risposi. “Oh, ma è la prima volta che mi capita”, chiosò stupito. Arrivati al nome del sesso maschile scelsi trupanon, trapano. “Trupanon? Mai sentito”, si rivolse ai colleghi. E io: si vede che siete vecchi e non vi serve più. Mi diede 29».
Alcuni sostengono che la castità, più che un valore, è una perversione.
«Chi lo afferma è un pervertito. Dovrebbe farsi visitare da uno psicologo. Sarebbe come dire che il bene non esiste».
È davvero convinta che «le case di tolleranza fanno della donna una bestia da traffico» e che «i clienti sono uomini corrotti», come denunciava sua zia?
«Non profondamente. Ho anche conosciuto donne che lo fanno per naturale inclinazione».
Lei ha mai visto un postribolo?
«Dentro no. Però ho visto una banca. Magari il direttore non avrà un trupanon formidabile, ma è la stessa cosa».
Claudio Camola, che a Modena ha trasformato in albergo il casino della zia maîtresse, mi ha negato che le prostitute venissero sfruttate: «In un giorno guadagnavano quanto un’impiegata in un mese. Con vitto e alloggio gratuiti».
«Non è vero. Si pagavano il letto e anche le mutande. E infatti la legge Merlin annullò i loro debiti».
Il prosindaco di Treviso, Gianfranco Gentilini, dà ragione a Camola: «Facevano il mestiere che avevano scelto e stavano bene. Non erano schiave del sesso. La Merlin ha tolto alla maschia gioventù un punto di ritrovo».
«E gli ha dato tutti i fossi di questo mondo. Vadano a fossi. Mialina e io ci siamo mantenute con le lezioni di matematica e di francese. Traducevamo le guide turistiche per 5 misere lire».
Dino Buzzati scrisse sul Corriere della Sera che «la chiusura dei casini è una perdita per la cultura erotica pari all’incendio della biblioteca di Alessandria d’Egitto».
«Poaréto. Aveva studiato male la storia. Grande scrittore ma uomo mancato. Si vede che gli funzionava male il pirolino».
I sostenitori delle case di tolleranza affermano che i periodici controlli sanitari salvaguardavano l’igiene pubblica.
«Ma non dicano bestialità! C’erano 100 sfumature di sifilide. Che cosa vuole che servisse la visita del medico due volte a settimana in un Paese dove non sono manco capaci di farsi il bidet?».
In che senso?
«In francese bidet significa cavallino. Non ho ancora trovato un uomo o una donna che lo cavalchino dalla parte giusta. Poi fanno le acrobazie con le mani per afferrare il sapone dietro la schiena».
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