«Michael Jackson non è pedofilo»: assolto

da Santa Maria (California)

Era arrivato in ritardo alla prima udienza, arriva in ritardo anche al verdetto. Il corteo è lento, mentre i fans attendono urlando il suo nome. Sono le 22.52 in Italia quando esce dall’auto per entrare in tribunale. Barcolla, Michael Jackson. È pallido, più del solito. Quando la giuria si pronuncia lui non si vede. Del verdetto arriva solo l’audio: assolto. Jacko non è pedofilo, non ha commesso abusi. Su tutti i capi d’imputazione la corte si pronuncia favorevolmente, mentre la folla all’esterno impazzisce di gioia. Gli avevano creduto tutti quando raccontava che ai bambini lui voleva «solo bene». Gli hanno creduto anche i giudici. Per il delirio dei fans in attesa del verdetto sotto il sole cocente della California. Teenager, ma anche mamme. Tutti dietro le transenne, guardate a vista dagli agenti di polizia. Jacko esce dall’aula un quarto d’ora dopo la sentenza. Protetto da un ombrello nero e dal suo entourage la popstar si limita a un gesto verso i suoi fan, come a dire «è tutto a posto». Poi mano sul cuore. Unico e ultimo atto prima di infilarsi e scomparire sulla limousine nera e fare ritorno, scortato dalla polizia e da altri tre transatlantici su quattro ruote, a Neverland. La sua reggia. Il primo commento all’assoluzione è di Debbie Rowe, ex moglie di Michael Jackson e madre di due dei suoi tre figli: «Ho sempre saputo che era innocente. Non avrei mai sposato un pedofilo».
Finisce così un processo durato tre mesi durante i quali i dodici giurati hanno ascoltato i 141 testimoni passati in parata. Una vicenda cominciata già nel febbraio del 2003, quando viene trasmesso alla tv americana un documentario sulla vita di Michael Jackson dove il cantante ammette di dividere al Neverland Ranch la sua camera ed il suo letto con bambini, ed esploso il 18 novembre dello stesso anno quando gli agenti della contea di Santa Barbara effettuano una incursione a sorpresa al ranch portando via numerose casse di oggetti e documenti, comprese riviste porno e fotografie di ragazzi nudi.
Poi la valanga degli eventi: il giorno dopo viene spiccato un mandato di arresto, il 20 novembre 2003 Jackson entra ammanettato nella centrale di polizia di Santa Barbara per la lettura delle accuse («molestie sessuali a un minorenne») prima di essere rilasciato con il pagamento di una cauzione di tre milioni di dollari. L’accusa è certa della condanna. Il 16 gennaio 2004 al tribunale di Santa Maria per l’incriminazione ufficiale Jackson arriva in ritardo, si dichiara innocente e all'uscita dall'aula sale sul tetto della sua vettura tra l'entusiasmo dei fans giunti da tutto il mondo.
E quindi il processo, via il 30 gennaio 2005. Tre mesi di udienze che hanno dato della pop star un’immagine di uomo debole e - nell’immaginario generale - comunque colpevole. Mesi in cui si è discusso se portare in udienza o meno le foto dei genitali, mesi nei quali le abitudini particolari di Jackson sono state descritte nei minimi particolari e nei quali l’accusa - quella di aver dato dell’alcol da bere a un ragazzino di 13 anni per poter abusare di lui - è diventata il contorno di un declino umano. Michael che «abbracciava e baciava» quel ragazzino, Michael che ha il mal di schiena ma che viene costretto a correre in pigiama in aula per non essere arrestato dal giudice, Michael che «sta perdendo i capelli». Michael che è un uomo libero e innocente.