Michael Jackson, da Peter Pan a mostro Declino di una popstar

Il 29 Michael compie mezzo secolo di vita. Ha venduto centinaia di milioni di dischi ma ora è pieno di debiti e ha gravi problemi di salute

Ma tanto non lo festeggerà. Non può festeggiare il suo compleanno un uomo che ha annullato il tempo e che vive in una parentesi distante dal mondo, in una bolla che qui da fuori sembra di solitudine e di dolore. Michael Jackson è nato il 29 agosto del 1958 a Gary, nell’Indiana e già lì era ai confini del mondo. Ci è entrato a piedi uniti nel 1969 con i Jackson Five, che erano poi i suoi fratelli. Con loro superò in classifica persino Let it be di quei Beatles, di cui anni dopo si comprò pure i diritti pagandoli cinquanta milioni di dollari. Non saprebbe neppure che cosa festeggiare, Michael Jackson. Il suo ultimo disco è del 2001 e non ha tenuto fede al titolo, Invicible, perché è stato subito vinto dalla concorrenza e declassato tra gli scarti del pop da dimenticare. Il conto in banca, quello lasciamolo perdere. Nel 2005 la rivista Forbes, che di mestiere fa i conti in tasca agli altri, valutò il suo patrimonio in 650 milioni di dollari ma 339 milioni erano i debiti e, da allora, le cose sono andate solo peggio visto che ha pure venduto il megaranch da migliaia di acri chiamato come l’isola fantastica dove viveva Peter Pan: Neverland, la terra del mai. Mai diventare grandi. Mai prendersi responsabilità. Mai capire chi si è davvero. Michael Jackson ha fatto così, almeno ci ha provato, ma il suo libro ora è arrivato a capitoli imprevedibili persino per il baronetto James Matthew Barrie che cent’anni fa si inventò la storia del ragazzino che non voleva crescere. Michael Jackson, Jacko per i fans, ha saltato la gioventù e ora eccolo qui, invecchiato come si invecchierebbe in provetta: asciugandosi asetticamente. Perciò, quanto alla salute, non c’è nessun Forbes che tenga: ci sono le foto e altro che festeggiamenti. Le ultime lo mostrano in sedia a rotelle, rattrappito, bendato e inguantato perché «la pelle delle sue mani si sbriciola come quella di un serpente». E c’è qualcosa di epico, oltre che di tragico, in questa caduta. Per lui, come ha scritto Usa Today qualche tempo fa, «il picco è stato l’Everest, ma la valle è diventata la Morte». Nemmeno Eschilo forse avrebbe saputo scrivere una tragedia in cui così magistralmente raccontare l’ascesa di un uomo a semidio e poi la discesa a mostro. Quando nel 1982 uscì il disco Thriller, Michael Jackson per due anni rimase in testa alle classifiche di tutto il mondo con una mostruosa dimostrazione di potenza. Era l’entertainer perfetto, il suo passo di danza moonwalk imitato da tutti, la sua voce, negroide e acuta, irraggiungibile. Inutile ormai dire che Thriller sia il disco pop più venduto nella storia (ma in America è stato battuto dal Greatest hits degli Eagles) o che chiunque sia diventato popstar anche per un mattino gli abbia riconosciuto di essere un maestro. Da allora, dal trionfo di Thriller, Michael Jackson ha smesso di sublimare le angosce familiari, le presunte protervie del padre e le cattiverie ingigantite da una sensibilità esagerata. Le ha scaricate su di sé per provare a cancellarle. Si è sbiancato il volto, diventando un fenomeno da baraccone. E se lo è tirato perché sull’isola di Neverland non sono previste rughe o doppimenti. Si è limato via l’adolescenza traumatica, la gioventù mai vissuta, il peso di essere famosi e la tragedia di dover continuare ad esserlo. Ha pagato mogli finte con risarcimenti veri. La prima era la figlia di Elvis, Lisa Marie, e qualche confidenza con la follia ce l’aveva. Ma la seconda era un’incolpevole infermiera, che almeno si è riempita il portafogli. E quando lui è finito impastoiato nei guai giudiziari per molestie a minori - impensabili per uno che crede di essere ancora un bambino - il conto degli avvocati (e delle mazzette tirate fuori per pagare il silenzio dei testimoni) ha scrostato via anche il ranch Neverland, anche il moonwalk, anche il trono di re del pop conquistato iniziando a cantare a cinque anni nella casa di papà Joseph e mamma Katherine. E allora sul nulla fiorisce il nulla. E a condannarlo non sono le sue foto con il figlio pericolosamente mostrato fuori dal balcone oppure le dicerie che da anni lo pedinano in giro per il mondo (vive ad Abu Dhabi, si riunisce con i Jackson 5, farà un disco con Will.I.am dei Black Eyed Peas). Né lo inchioda la sentenza di un giornalista americano con i fiocchi, Doug Brod di Spin: «A sessant’anni Michael Jakson non se lo ricorderà nessuno». A condannarlo sarà il silenzio lieto e inconsapevole del giorno del suo compleanno, dei cinquant’anni di un semidio del pop che non ha mai festeggiato perché pensava di vivere un’altra vita.