Michel Foucault, un irregolare oltre la contestazione

Un lucido avversario della tradizione filosofica occidentale - col primato della «coscienza» e della «ragione»: da Socrate, per intenderci, fino a Kant ed Hegel - quale fu Michel Foucault (1926-1988) non poteva non incontrare e privilegiare nella sua accanita riflessione il tema misterioso e sempre attuale della «follìa», come alter ego di ogni sistema di pensiero e suo indicibile «al di là».
A quasi vent’anni dalla scomparsa prematura di questo singolare esponente del cosiddetto «strutturalismo francese» (altri esponenti furono Louis Althusser e Jacques Lacan) due studiosi italiani ripropongono ancora oggi con evidente simpatia gli argomenti e gli scritti che portarono il pensatore dopo il ’68 ad affiancare con le sue tesi la convulsa contestazione delle istituzioni psichiatriche (ma anche cliniche, carcerarie, ed altro) e lo fecero applaudire come indiscusso guru ideologico della sinistra radicale (Michel Foucault, Follia e Psichiatria. Detti e scritti 1957-1984, prefazione di Mauro Bertani e Pier Aldo Rovatti, Cortina, pagg. 280, euro 25,50).
Eppure Foucault non si riconobbe mai in pieno nella veste dell’intellettuale impegnato «a sinistra», per quanto la sua posizione di pensiero lo facesse apparire come il mentore di un libertarismo senza confini tanto sul piano dei costumi (la morale sessuale, eccetera) che su quello degli ordinamenti (lo Stato, i sistemi di governo).
La raccolta di testi e interviste rilasciate nell’arco di un trentennio (dalle riflessioni sui limiti di Freud e sull’«analitica esistenziale» di Binswanger alle ricognizioni sulle strutture del «sapere-potere» nel governo delle società moderne) ci restituiscono piuttosto l’immagine di un irregolare della cultura che nell’Europa della Guerra fredda ebbe tra l’altro il merito di mettere in questione proprio un luogo comune principe della ideologia «di sinistra» (riguardo alla concezione marxista e classista come «verità interna» della storia umana).
La storica e irrisolta questione della malattia mentale (da sempre una vera e propria bestia nera per la scienza moderna nella sua pretesa di rispondere integralmente alla domanda di conoscenza) diventava però per Foucault il grimaldello critico onde rilanciare la nota idea irrazionalista (ripresa pari pari da Nietzsche) secondo cui non si dà nel mondo altra «verità» oltre gli effetti di potere che una forma di cultura (pensiero e linguaggio) storicamente realizza.
Di qui a considerare la istituzione psichiatrica (il manicomio) come metafora del funzionamento di un intero sistema sociale (e del «sapere-potere» che lo informa) il passo era brevissimo. Michel Foucault lo percorse fino in fondo, in una sorta di «contro-sociologia» della cultura occidentale (dai Greci e i Romani fino ai tempi nostri) considerata più o meno come la maschera dei rapporti effettuali di potere che distinguono gli uomini, i gruppi sociali, le differenze sessuali, i «folli» e i «normali», eccetera.
Foucault si mosse così sulla strada irrazionalista già aperta dai principali «filosofi del sospetto» (Marx, Nietzsche e Freud) allo scopo di mettere in soffitta oltre alla metafisica di un Dio-creatore anche quella dell’Uomo-creatura e per ciò titolare della «coscienza» e del soggetto pensante.
In questa forzatura radicale del pensiero che «pensa contro la coscienza» (sottraendosi al suo stesso fondamento: fine del principio di realtà) Foucault perveniva per ciò a considerare il malato di mente come «ribelle del reale» ed utile cartina di tornasole per la comprensione autentica del mondo storico e della «cultura». Della follia come problema clinico, cioè come male da curare, al nostro filosofo «contro - ragione» (epigono tanto di Nietzsche quanto di Heidegger e del libertinismo surrealista francese) importava di conseguenza poco o nulla.
Diversamente da come la pensano gli autori dell’antologia dei suoi scritti, secondo cui il pensatore sarebbe invece entrato in relazione addirittura «compassionevole» e di «amicizia» col mondo dei folli. Ma pretendere di individuare le tracce di una simile pietas è patente fin troppo lusinghiera per il disperato positivismo antiumanista di chi come Foucault sosteneva di pensare «nel vuoto dell’Uomo scomparso» considerando quest’ultimo nient’altro che un «prodotto del potere» piuttosto che il «soggetto» di valori universali, innati e più o meno trascendenti.