Michele Placido: "Vi racconto il mio ’68 in divisa"

Era un poliziotto e lo rivela nel film Cari compagni. "Io sarò il regista Scamarcio farà me da ragazzo. Il primo ciak tra un mese"

Ischia - A Valle Giulia, quel giorno del primo marzo del 68, non c'era. Ma anche se fosse capitato da quelle parti, Michele Placido sarebbe stato dalla parte «sbagliata». Era un poliziotto, infatti. Racconta: «La mattina degli scontri fra gli studenti della facoltà di architettura e le forze dell'ordine ero di riposo. Avevo prestato servizio per tre giorni consecutivi ma quando i colleghi tornarono in caserma mi feci raccontare ogni particolare di quella battaglia in cui il movimento studentesco mise in fuga la polizia considerata la più brutale d'Europa. Eppure quel giorno segnò uno spartiacque nella mia vita. Se sono diventato un attore lo devo al ’68. È li che ho preso coscienza, come si diceva una volta. Cosi, ho abbandonato la divisa per la recitazione».

Un'epoca che Placido ricorda dunque con nostalgia. La stessa atmosfera di amarcord si respirerà nel nuovo film che sta scrivendo con Angelo Pasquini, Cari Compagni: primo ciak, se tutto va bene, fine agosto. Un progetto, coproduzione italo francese, a cui Michele tiene particolarmente. Spiega: «È un modo per raccontare ai giovani di oggi, quelli che sono stati i giovani di ieri: pieni di ideali e voglia di vivere. Ci sono delle analogie con i giorni nostri. I ragazzi del 2007 stanno infatti riscoprendo i valori. È un buon segno».

Ci sembra di capire che c'è molto di autobiografico nel suo film.
«È così. Cari compagni è il mio ’68. La mia storia. Si parte dalla mia giovinezza ed alcune scene saranno girate in Puglia, ad Ascoli Satriano, il mio paese natale. Quindi Roma, il mio arrivo alla compagnia Castro Pretorio. Il tutto è raccontato attraverso gli occhi di un poliziotto meno che trentenne».

Che dovrebbe avere il volto di Riccardo Scamarcio?
«Sì, anche se non ha ancora firmato, stiamo scrivendo la storia su di lui. Per altri ruoli sto pensando a Valeria Golino e Laura Morante, attrici molto conosciute in Francia».

Da quanto tempo pensava ad un film sul 68?
«Almeno da quattro anni. Poi Bertolucci ci precedette con The dreamers, sul maggio francese. E ho preferito soprassedere. Cari compagni vorrei raccontarlo ufficialmente al festival di Roma per poi distribuirlo nelle sale il prossimo anno. Difficilmente avrà una versione lunga per la tv».

Il film lo dirigerà e basta?
«Mi ritaglierò un piccolo ruolo, magari un comandante di polizia. Ma la realtà è che a me piace di più fare il regista che l'attore. Quando di recente ho interpretato dei film sono stato quasi tirato a forza, dentro i progetti».

Al Roma Fiction Fest abbiamo visto in anteprima il film l'Ultimo padrino di Marco Risi, in onda in 2 puntate ad ottobre su canale 5 in cui interpreta il boss mafioso Bernardo Provenzano, arrestato l'11 aprile 2006.
«Quel ruolo è stata una delle più grosse soddisfazioni della mia carriera. Michele Prestipino, il giudice che ha interrogato Provenzano, ha voluto addirittura conoscermi per complimentarsi. “Placido, la voce di Provenzano la conosco solo io. Come ha fatto a riprodurla identica?”, mi ha domandato. Non ho saputo rispondergli, perché io sono andato ad intuito. Ma effettivamente confrontando le due voci, sembrano della stessa persona».

E dopo Provenzano, il film su Moro, regia di Gianluca Maria Taverelli in onda a marzo su Canale 5. Che leader della Dc racconterà?
«Quello dei giorni della prigionia. A differenza di quanto si sa Moro venne tenuto in un cunicolo, non in una stanza. Abbiamo puntato molto sul rapporto instaurato tra il leader della Democrazia Cristiana e il brigatista Mario Moretti, interpretato da Marco Foschi. Un chiaro caso di sindrome di Stoccolma. Inoltre racconteremo gli stati d'animo del grande statista. Si sentiva tradito da tutti i politici e anche da Paolo VI. Così si chiuse in se stesso mantenendo una fitta corrispondenza solo con la moglie e i figli».

Se le dico commissario Cattani cosa prova?
«Tantissima nostalgia. Se me lo proponessero accetterei subito un personaggio simile. Nella nostra società c'è bisogno di eroi positivi come lui».

Strana la vita: ha impiegato anni per scrollarsi di dosso il protagonista del serial tv La Piovra.
«È vero. Dovunque andassi, nel mondo, per tutti ero il commissario Cattani. E la cosa mi infastidiva parecchio. Adesso che finalmente nessuno quasi mi ricorda più in quei panni sono io ad averne nostalgia».

Tra poco sarà nelle sale con Solometro di Marco Cucurnia.
«Un film necessario, che produco anche, per lanciare un giovane di talento. Il mio compito oggi è soprattutto questo».

Infine per tutto agosto sarà in tournée teatrale con Giorgio Albertazzi nel Satyricon. Ma dove trova tutta questa energia, Placido?
«In effetti, da quando un anno fa, sessantenne, sono diventato di nuovo a papà mi sento un altro, con tanta voglia di fare. Ho sentito dire che i figli portano bene. Chissà che non sia proprio così».