Michele Serra e la superiorità dell’arroganza

Dice Serra, Michele Serra, che questa non è democrazia. O, per esser precisi, che questa è un obbrobrio di democrazia. C’è tutto il dovuto, libere elezioni, maggioranza e minoranza espresse dall’elettorato, rispetto delle regole eccetera. Però avendo la maggioranza del popolo sovrano deciso che Berlusconi diventasse capo del governo, non è democrazia. Perché, dice in sostanza Serra, in una vera democrazia al governo non ci va un Berlusca, ci va Veltroni. Ci va uno che dice lui, lui Michele Serra. Cosa autorizzi poi il piccolo Pericle di Ozzano (Bologna) a tenere lezioni sulla democrazia permettendosi di stiracchiarla di qui e di là, di porle con sussiego limiti di carattere anagrafico per conformarla ai propri gusti, è presto detto. Serra, Michele Serra, si reputa - ne è intimamente convinto - un individuo superiore, più colto, più intelligente, più raffinato, più «giusto», insomma, del settanta per cento degli italiani. È la «diversità antropologica», la «superiorità morale» che Enrico Berlinguer decretò fossero gli attributi primari dell’uomo di sinistra e che l’uomo di sinistra ha finito per convincersi di detenere. Serra per primo. Il quale dice, ancora, che prova tenerezza nei confronti di chi non è di sinistra. Lo commuove «il complesso di inferiorità del ceto medio benestante, ma incolto, nei confronti di quella minoranza di italiani che invece vive la cultura come un bene quotidiano». Laddove la minoranza che va tutti i giorni che Dio manda in terra a pane e cultura è, ovviamente, la sinistra.
Si commuove, sempre il Serra, «alla goffa atmosfera di rivalsa culturale» di certi sprovveduti babbei (di destra) «che trattano un concerto di musica classica come uno show» - oddiomio che orrore, oddiomio che schifo! - «approdo alla cultura di un pubblico evidentemente non avvezzo». Roba da perle ai porci, in parole povere: chi non è avvezzo non s’avvezzi, ma se ne stia a casa e lasci quelle esperienze a chi è già bello che avvezzato. Cioè a Serra, per il quale gli smandrappati non avvezzi confermano «la poca dimestichezza che molti italiani di destra (non tutti, per fortuna) hanno con la cultura e con l’arte». Salvo poi brontolare, seguita a dire Michele Serra, ma mettiamolo bene fra virgolette, ché merita, «salvo, poi, brontolare contro l’“egemonia culturale della sinistra” che è invece uno dei pochi primati (meritati) che l’altra Italia, quella di minoranza, può rivendicare. Un genere di egemonia che si conquista sul campo, e non bastano i quattrini per comprarla».
Ma si può essere più tronfi, più pieni di sé e con più puzza sotto il naso di così? Serra è bravo e anche colto, ma non quanto Berlinguer lo ha illuso di essere. Decine di intellettuali appartenenti al «ceto medio benestante» - lo stesso, d’altronde, di Michele Serra, che non è né un sottoproletario né uno da 800 euri al mese - gli mangiano tranquillamente in testa. E lui lo sa, ma invece di prendere atto serenamente che non tutti nascono col cervello di Emanuele Kant, si barrica con arroganza dietro la consolatoria patacca del «chi non è di sinistra non è colto». Per questo non gli piace come funziona la democrazia: si trova più a suo agio con un regime, quello degli Zdanov, dove la patente di colto la dà e la toglie il partito. E dove «egemonia culturale» significa davvero qualcosa. Qualcosa di sinistro, come piace a lui.
Paolo Granzotto