Michelle, la first lady: dal ghetto a Washington

Due lauree, la professione di avvocato. Nel giorno della vittoria tanta emozione e sul palco un bacio timido al marito

Chicago - Il bacio è timido, emozionato. Michelle è più tesa di Barack. Lui l’ha appena citata nel discorso: «La mia migliore amica, la donna senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile, la compagna della mia vita. Michelle, la nuova first lady». Applausi per lei, che qui a Chicago è una star forse più del marito. Sanno tutto: che vestiti porta, qual è il suo parrucchiere. Sanno già che usa scarpe fatte a Pisa. Sanno anche chi è lo stilista che le ha consigliato l’abito rosso e nero con cui è salita sul palco nella notte elettorale.
Michelle è la seconda stella d’America. Moglie e madre, adesso. Ha fatto campagna elettorale attiva negli ultimi dieci mesi: comizi, apparizioni tv, interviste. Nella festa di Chicago era la più emozionata. È nuova a queste esperienze: nella campagna per il Senato non era servito il suo appoggio. Ora sì. Per le donne, soprattutto. Quelle donne che l’hanno a volte paragonata a sproposito a Jacqueline Kennedy. No, lei non c’entra: non c’entra con nessuna first lady. Non con Jackie, né con Hillary Clinton, alla quale forse un po’ si ispira, ma che rappresenta un altro tipo di donna. Perché Hillary era la ragazzetta di provincia che aveva preteso di entrare nel mondo che contava per restarci. Michelle, invece, è la ragazza del ghetto che amava gli abiti vistosi e non aveva peli sulla lingua. In campagna elettorale ha commesso errori. Il più grave, quello di aver detto: «Per la prima volta mi sento orgogliosa di essere americana». Ha capito di aver fatto un autogol. S’è ripresa: «Sono stata equivocata. La mia stessa storia non sarebbe possibile in nessun altro Paese al mondo». Parole pronunciate indossando un vestito sobrissimo, bianco e nero, fatto in serie. Quando l’America ha saputo che quel vestito costava 125 dollari ed era stato comprato da Wal-Mart, per lady Obama è stato il trionfo. Anche chi era scettico ha cominciato a interessarsi: ha letto che ha due lauree, una in sociologia, a Princeton, e l’altra in legge, ad Harvard. A Princeton gli anni più difficili, trasformati in una tesi di laurea che ha fatto molto discutere: «Qui mi sono sentita spesso una visitatrice, come se fossi prima una nera, poi una studentessa».

Dopo Harvard, no. Dopo Harvard aveva il terreno spianato: un posto nello studio legale più importante di Chicago. Ha sempre lavorato e ha sempre mostrato all’America di essere una donna che in casa comanda e impone al marito turni di lavoro e una seria disciplina. Adesso non servirà. Va a Washington, anche se all’inizio della campagna elettorale aveva fatto capire che non era certa di trasferirsi in caso di elezione del marito. Invece ci va con Malia e Sasha, le due figlie degli Obama. In campagna elettorale la madre ha cercato di proteggerle il più possibile dall’invadenza del contesto. C’è quasi riuscita. Così come è riuscita a contenere i momenti critici del marito. L’ha detto lei: «Quando Barack ha avuto momenti di debolezza o di ansia, io l’ho guardato e gli ho detto: ehi guarda che tu sei soltanto un uomo».