Michelle, niente carbonara per entrare alla Casa Bianca

Oggi, quando Barack Obama varcherà la porta della Casa Bianca per un incontro con il presidente uscente George W. Bush, a Michelle toccherà una visita guidata nelle stanze di palazzo e il tradizionale tè post elettorale in cui la first lady - in questo caso Laura - dà consigli alla futura padrona di casa. La signora Obama non sembra in realtà essere alla ricerca di idee su come comportarsi nei prossimi quattro anni. Ha già dato indicazioni chiare ai mass media: «Non sarò un co-presidente, al massimo una mom-in-chief», una mamma comandante in capo. «Voglio dedicarmi alle mie due figlie». Qualsiasi cosa pur di evitare l’effetto Hillary: Michelle non vuole dare l’impressione di volere la Casa Bianca tanto quanto l’ha voluta il marito. Ma gli analisti americani, gli studiosi di first lady (sì, ci sono corsi all’università) sono convinti che la signora Obama, nata Robinson, 45 anni da compiere tre giorni prima dell’insediamento del marito, rimarrà nell’ombra soltanto i primi mesi e fanno notare i molti indizi che parlano di una personalità forte tenuta a freno nei lunghi mesi della campagna.
Quasi per sfogarsi, Barack e Michelle dopo la vittoria sono andati a festeggiare alla Spiaggia, ristorante italiano di Chicago. Sì, perché gli Obama vanno pazzi per risotti e spaghetti. Il piatto preferito della signora sarebbero, parola di Vip Gossip, gli stringozzi alla carbonara, ma Michelle non ha potuto raccontarlo in campagna elettorale. Glielo hanno impedito gli strateghi democratici: troppo snob, l’americano medio si nutre di hamburger, e così sia, «soltanto cibo made in Usa» per la coppia presidenziale. Ma chiuse le urne, Michelle deve aver preso il marito per una manica trascinandolo al ristorante italiano per gustarsi finalmente senza paranoie elettorali un etto e mezzo di carbonara. Chissà quante altre cose ha dovuto tenere per sé la bella Michelle, un metro e 82 centimetri di voce roca, franca e diretta che rimprovera il marito d’essere un sognatore e gli infonde il pragmatismo che a volte gli manca. Mark Sawyer, direttore del centro studi sulla razza, l’etnia e la politica dell’università di Los Angeles spiega che, quando la futura first lady si è realmente mostrata se stessa in campagna, ha creato preoccupazioni. A partire dall’infelice affermazione, ripresa da tutti i mass media mondiali: «Per la prima volta nella mia vita adulta, mi sento veramente fiera del mio Paese».
A Chicago, nel suo quartiere, dicono che Michelle non è più la stessa. In tempi normali è «estremamente sarcastica», ha svelato una vicina ai giornalisti. Ora si è addolcita, si è adattata alle necessità elettorali. Ha capito alla svelta, dicono gli analisti, che il suo ruolo non era quello di testimoniare l’avanzamento delle donne e della comunità afroamericana (la sua tesi a Princeton era sulle difficoltà incontrate dai neri in ambito universitario) ma quello di rassicurare l’elettorato, metterlo a suo agio con l’idea di una first lady di colore, come hanno detto i suoi consiglieri al New York Times. Gli stessi che le hanno suggerito di «umanizzare» il marito. E così, grazie a Michelle, sappiamo che Barack non mette a posto il burro dopo averlo usato, che lascia i calzini - presumibilmente sporchi ma questo dettaglio ci è stato risparmiato - in giro per casa e che quando si sveglia le figlie non amano abbracciarlo perché ha l’alito pesante.
Spiega Dwight Hopkins, professore di teologia all’università di Chicago e amico di famiglia, che «senza Michelle non c’è Barack Obama», una frase che la dice lunga sul futuro ruolo dell first lady che non ama rivelare qual è il suo modello di moglie presidenziale. Michelle è sempre stata il capo famiglia, dicono i consiglieri del marito. Obama la definisce la «roccia». E c’è già chi vede, con l’arrivo alla Casa Bianca di madame Obama, discendente di schiavi neri, l’avvento di un nuovo modello di first lady.