«Microimprese, finalmente un governo dalla nostra parte»

da Milano

Il governo, con una vera e propria rivoluzione copernicana, mette le piccole imprese al centro dell’economia italiana: «Cioè esattamente là dove sono - sottolinea il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini - perché il 98,2% delle aziende italiane non supera i 20 dipendenti. E finalmente, dopo due anni di governo Prodi e le sue iniziative dedicate solo alla fascia alta, ci attendiamo provvedimenti su misura per noi».
Quel che va bene alle piccole imprese va bene per il Paese, ha detto il ministro del Lavoro Sacconi.
«È musica per le nostre orecchie; anche perché vorrei ricordare che in Francia, dove le micro-piccole imprese sono la metà rispetto a noi, rappresentano tuttavia un capitolo chiave del rapporto Attali. E ora anche da noi è tempo di passare ai fatti, a cominciare dallo sfoltimento burocratico: ogni anno le scartoffie, perlopiù inutili, ci costano 11,3 miliardi e 90 giorni di lavoro».
Da dove comincerebbe?
«Dalla Durc, il cosiddetto Documento di regolarità contributiva, che le imprese devono presentare prima di iniziare un lavoro per committenti pubblici e buona parte dei privati: tre milioni di moduli all’anno. Ma quale dipendente deve riempire un modulo al giorno per attestare la sua onestà fiscale? È un obbligo inutile, che deve sparire».
E gli studi di settore?
«Bisogna distinguere: noi ne contestiamo la retroattività, che oltretutto contrasta con lo statuto del contribuente. Gli studi devono tornare ad essere quello che erano prima del governo Prodi: un termometro per misurare la salute delle imprese, su base territoriale. E anche nei contratti non può più esistere una taglia unica, che va bene per tutti».
Un federalismo contrattuale, dunque.
«Noi artigiani già nel 2006 abbiamo firmato il primo contratto di secondo livello, su base territoriale: ma non è mai stato applicato. Ora è tempo di farlo, e di pari passo attuare il federalismo fiscale. Bisogna riportare il prelievo il più possibile vicino alla spesa, perché i cittadini devono controllare i loro amministratori: naturalmente con dei meccanismi di solidarietà, per non penalizzare il Mezzogiorno, che però va responsabilizzato. Ma vorrei ricordare un altro tema chiave, l’apprendistato, su cui il governo ha già raccolto il nostro appello».
Di che cosa si tratta?
«L’impresa, come ha annunciato il ministro Sacconi, tornerà ad essere il luogo tipico della formazione: e questo consentirà all’artigianato italiano di svolgere nuovamente il suo ruolo storico, che ha dato frutti eccezionali, vedi il Rinascimento».
Un po’ lontano nel tempo...
«Certo, non tutte le botteghe sono quelle di Cimabue, e non tutti gli apprendisti sono Giotto: ma anche restando a livelli più prosaici, il 93,4% dei contratti di apprendistato, nel nostro settore, si trasformano in assunzioni a tempo indeterminato».
Un settore che dà lavoro, quindi.
«Certo: un lavoro stabile, ben retribuito e con la possibilità di diventare, in futuro, imprenditori di se stessi. Altro che call center!».
Eppure, non è facile trovare giovani che vogliano diventare artigiani.
«Purtroppo è cosi: colpa di una società che ha marginalizzato la cultura del fare. Così, il nostro settore avrebbe bisogno di 162mila addetti e a fatica ne trova la metà. Nell’artigianato, la disoccupazione non esiste: semmai, manca spesso la voglia di lavorare. Ma non accettiamo la sindrome del declino: in Italia ci sono tante cose ben fatte, bisogna continuare».