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da Milano

Lehman Brothers, la più piccola tra le grandi banche d’affari Usa, torna a batter cassa con l’obiettivo di riconquistare la credibilità fortemente compromessa dal virus dei subprime. Ma Wall Street non gradisce: a fine seduta, i titoli sono stati ieri puniti severamente con un ribasso dell’8,7%, da sommare al 50% già perso dall’inizio dell’anno.
Una reazione troppo violenta? Forse. Lehman Brothers ha chiesto sei miliardi di dollari di mezzi freschi sotto forma di un aumento di capitale strutturato in due blocchi: un primo, da quattro miliardi, in azioni ordinarie; l’altro, da due miliardi, in convertibili dal primo luglio 2011. Fino alla vigilia, il mercato ragionava però su cifre ben più basse, spingendosi a prevedere fino a un massimo di quattro miliardi, dopo i sei già raccolti negli ultimi nove mesi.
L’ammontare della ricapitalizzazione è stata dunque una sorpresa negativa, perché sembra mettere in evidenza una situazione peggiore rispetto alle attese e anche perché accompagnata dall’annuncio di una trimestrale choc, in cui le perdite tra aprile e maggio sono ammontate a 2,8 miliardi, contro i soli 300 milioni stimati dagli analisti. È la prima volta dal 1994, anno dell’esordio alla Borsa di New York, che i bilanci di Lehman Bros si macchiano di rosso. Ed è una macchia destinata a sporcare l’intero primo semestre, periodo in cui le perdite toccheranno i 2,3 miliardi. «Sono molto deluso dai risultati di questo trimestre», ha dovuto ammettere l’amministratore delegato, Richard Fuld, convinto tuttavia che la banca è ben posizionata e forte di una liquidità pari a 45 miliardi.
A Wall Street, tuttavia, non è piaciuta neppure la forte cura dimagrante cui ha dovuto sottoporsi la pluricentenaria merchant bank nel tentativo di eliminare le scorie da subprime: 130 miliardi di asset sono infatti stati sacrificati per far fronte alle difficoltà finanziarie generate dalla scommessa persa giocando sugli indici immobiliari, nel tentativo di coprire i buchi creati in portafoglio dalle obbligazioni garantite da mutui e da altri strumenti finanziari a rischio.
Nelle intenzioni di Lehman Brothers, la liquidità richiesta al mercato non dovrebbe essere utilizzata per ridurre il debito («Gli sforzi di de-leveraging sono terminati», ha spiegato il direttore finanziario della banca, Eric Callan), ma per dissolvere i dubbi degli investitori sulla patrimonializzazione dell’istituto. Un’altra iniezione di fiducia potrebbe arrivare dal probabile ingresso nel capitale di alcuni soci di peso. Il Wall Street Journal, alcuni giorni fa, indicava in un fondo sud-coreano uno dei possibili azionisti. D’altra parte, dall’esplodere della crisi dei mutui a maggior rischio di insolvenza, sono stati ripetuti gli interventi sulle banche in difficoltà (vedi grafico), in particolare da parte di fondi sovrani, ovvero gli strumenti finanziari utilizzati dai Paesi arabi e orientali (ma non solo) per investire il fortissimo surplus di bilancio. Non è tuttavia escluso un interesse tutto americano per Lehman: nella partita potrebbe essere coinvolta la New Jersey Division Investment, che gestisce 80 miliardi di fondi pensione e di recente è entrata nel capitale di Merrill Lynch, e anche V Starr, il veicolo d’investimento dell’ex presidente di American International Group, Hank Greenberg.
Per le banche, comunque, non si prospettano giorni positivi. Un nuovo studio di Meredith Whitney, la popolare analista di Oppenheimer, prevede che ci saranno altre svalutazioni per 10 miliardi di dollari a Citigroup, Merrill Lynch e Ubs.