Microspie a Napoli, ora Roma ammette

I pm: nessuna intercettazione in camera di Consiglio. Lepore apre un fascicolo

Stefano Zurlo

da Milano

Una mezza conferma, informale, con una punta di imbarazzo. La Procura di Roma ammette le intercettazioni ambientali nei confronti del Coordinatore del tribunale del riesame di Napoli, Gian Paolo Cariello. Roma esclude naturalmente nel modo più assoluto che siano state ascoltate le conversazioni avvenute in camera di Consiglio. Insomma, dovrebbero aver trovato un padre i sei microfoni sequestrati l’altra sera nell’ufficio del magistrato, indagato dai Pm della capitale per corruzione in atti giudiziari. Gli apparecchi erano collegati a due centraline nascoste nel controsoffitto: una sopra la scrivania del giudice, l’altra sopra il grande tavolo frequentato per i «conclave». Una situazione imbarazzante che attende ancora una spiegazione convicente. Forse Roma non sapeva che lo stesso locale, diviso in due, serviva al coordinatore del tribunale del riesame ma veniva anche impiegato per le riunioni in cui si discute di arresti e scarcerazioni? In teoria, tutte le ipotesi sono ancora valide, al momento non si esclude nemmeno che le cimici siano state piazzate da mani estranee alla giustizia. «Oggi mi occuperò degli strumenti sequestrati - spiega al Giornale il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore - poi stabilirò se aprire un fascicolo affidandolo ad un Pm oppure inviarlo ad un’altra Procura».
Intanto si attendono novità anche sul fronte delle indagini relative a Cariello. Il gip della capitale Zaira Secchi potrebbe decidere già oggi sulla richiesta di interdizione dalla professione per 2 mesi. Secondo l’accusa, Cariello avrebbe ricevuto, nel luglio 2001, 885 milioni di lire per agevolare i clan di Secondigliano.