«Le mie notti segrete da ballerina di night»

(...) pensieri che non lo abbandonavano più.
E una di queste compagnie si chiamava Ana Lucia, di professione ballerina di night, una ragazza sfortunata, che ha messo la parola fine alla sua vita nel letto dell’attore genovese, conosciuto sul lavoro, al termine di un festino a base di sesso e droga. Ma chi sono davvero le tante «Ane Lucie» che animano gli ultimi templi della trasgressione, che confortano questi uomini alla perenne ricerca di qualcosa? Cosa provano? Cosa fanno? Cosa pensano, del loro lavoro, dei clienti , di loro stesse? Per trovare delle risposte a queste domande c’è solo un modo, uno solo: essere una di loro. Anche per una notte soltanto.
E mercoledì sera io ce l’ho fatta. È stata dura, ma ho trovato il coraggio, e anche se non dentro di me, ma dentro due capiroska a stomaco vuoto, l’importante è averlo trovato. Intorno alle 21 ho parcheggiato la macchina proprio di fronte all’ingresso di uno di questi ultimi scrigni della trasgressione in Liguria e ho suonato il campanello, come la protagonista, perduta e maledetta, di un film di David Lynch. Il pallido figuro che mi ha aperto la porta avrebbe potuto tranquillamente qualificarsi come il gemello di Nosferatu che gli avrei creduto. Ma i capiroska erano belli carichi, e la mia umile e pacata richiesta di un posto di lavoro come entreneuse presso di loro è dovuta sembrare del tutto veritiera e plausibile, se mi è stato accordato un appuntamento per le 22 del giorno seguente, quando sarebbe stata presente la persona che si occupa direttamente della scelta e del lavoro delle ragazze. Giovedì, puntuale come un orologio svizzero, mi ripresento alla mecca della perdizione, se possibile ancora più nervosa della sera precedente. Prima sorpresa: il coordinatore delle «girls» è una donna, giovane, carina e gentilissima. Cammina scalza e sinuosa come una gatta persiana sulla moquette rosso scuro. La sua prima domanda non mi coglie impreparata. Vuole conoscere i motivi che mi spingono a voler fare «quel» lavoro. Le rispondo semplicemente che voglio provare tutto nella vita, davvero tutto. Soddisfatta della mia risposta, «Lady Night» mi conduce verso il camerino sul retro, inaspettatamente hollywoodiano, uno stanzone interamente ricoperto di specchi e luci, bellissimo. È a questo punto che scatta il primo dei tanti, troppi «momenti-tristezza» che caratterizzeranno la mia prima e ultima serata da ballerina di night, da donna da locale notturno, insomma, da Ana Lucia. La dark Lady mi chiede infatti di spogliarmi, ovviamente per verificare se il mio fisico è all’altezza, «Sai» mi spiega «Qui abbiamo solo ragazze belle, di classe...» Deglutisco e in un nanosecondo rimango con solo la biancheria intima addosso. Mi chiede di camminare così, avanti e indietro lungo il corridoietto che collega i camerini al bar. Quest’agonia per fortuna dura pochissimo e termina con i complimenti della «Senora della noche» che mi ringalluzziscono alquanto. Sono assunta. Non ci credo. Comincio la sera seguente. Le raccomandazioni sono copiose e a tratti umilianti, quando mi suggerisce di adottare un trucco più fine, di non calzare stivali e di vestirmi in modo sexy, ma dai colori scuri, più sobri, come a dire che per fare la ballerina di un locale notturno avrei dovuto raffinarmi! Comunque sia, rimango alquanto basita dal fatto che nessuno mi chieda un documento, nessuno mi faccia firmare uno straccio di contratto, nulla, potrei benissimo essere una clandestina, dare nome e generalità false che nessuno saprebbe mai.
Il venerdì sera arriva troppo in fretta, e non mi concede il tempo di raggiungere un’adeguata preparazione psicologica per affrontare la mia prima notte da ballerina di night, la mia prima notte come Ana Lucia Bandeira.
(1-segue)