«Le mie suore non sono fuori dal mondo»

Alina Marazzi racconta il documentario «Per sempre» girato tra le monache di clausura che ieri hanno visto nel convento di Camaldoli il film in anteprima

Paolo Brusorio

nostro inviato a Locarno

«Perché lo fanno? Perché ci credono». Non ha dubbi Alina Marazzi mentre si appresta ad accompagnare al festival di Locarno il suo Per sempre in concorso per i Cineasti del presente. Le monache e la vita di clausura, una «passione» che la regista milanese si porta dietro da quando, era il 1999, fece l’assistente di Giuseppe Piccioni in Fuori dal mondo, film su una suora (Margherita Buy) improvvisamente colpita ma anche stordita dalla voglia di vita. «Da allora sono rimasta in contatto con qualche novizia» racconta Alina Marazzi; da allora ha preso vita il progetto e una domanda: cosa spinge ancora oggi una donna a chiudersi in monastero.
Un anno e mezzo di corteggiamento per farsi aprire portoni e cuori, i primi contatti con le realtà lombarde, ha giocato subito a carte scoperte la Marazzi: «Chiamavo e spiegavo alla madre superiora o alla badessa che volevo sapere qualcosa in più del loro mondo e che lo scopo finale sarebbe stato un documentario sulla vocazione». Fasi di studio, colloqui privati e collettivi, qualche monaca che rinuncia («erano perplesse “che bisogno abbiamo di esporci”, mi dicevano») e la scelta finale di set e «attrici»: le carmelitane scalze di Legnano, le monache camaldolesi di Camaldoli e le monache benedettine di Viboldone, hinterland milanese. Da luglio 2004 sei mesi dentro e fuori le mura. A volte, solo dentro: «Mai più di tre giorni. E, come capita spesso sul set, sveglia alle cinque per filmare il primo atto del giorno: le lodi. E di seguito, le altre ventiquattro ore». E gli incontri ravvicinati: «Almeno inizialmente l’approccio era il solito: capire le motivazioni di una vita di povertà, castità e obbedienza». Poi le scoperte. Alcune insospettabili: «Non sono donne fuori dal mondo, non guardano la tv ma sono informate. Leggono i giornali, sanno delle guerre, dei fatti politici. E le più giovani, in fondo, hanno i gusti delle loro coetanee: sentono la musica, Franco Battiato e Carmen Consoli sono gli autori preferiti, ma non immaginatevi il rock a tutto volume. Anche quella della musica è una presenza molto discreta».
La comunità, una comunicazione orizzontale e non piramidale, l’assenza di quei segni del comando immaginati al di qua del muro: sono il bagaglio che Alina Marazzi si è portata a casa. Essere donna, dice, «mi ha aiutato molto a entrare in sintonia con loro, probabilmente un uomo avrebbe fatto più fatica. Tanto che a un certo punto mi sono posta il dubbio di entrare in monastero con la troupe maschile: ho chiesto il permesso alla madre superiora, me l’ha concesso e non abbiamo avuto problemi».
Ieri la prima visione a Camaldoli, l’ultima alla vigilia dello sbarco sulle rive svizzere del Verbano. Racconta la regista milanese, che a Locarno nel 2002 vinse il premio della critica con Un’ora sola ti vorrei: «Abbiamo visto insieme il film, c’erano cinque suore con i loro familiari. Erano curiose di sapere se si riconoscevano. La risposta è stata positiva. Ieri, come negli altri monasteri. Ora attendono le reazioni del pubblico, ho promesso loro che le chiamerò appena terminata la proiezione». E un sussulto, chissà, romperà il muro del silenzio.