IL MIELE DI MIELI

L’altra sera Paolo Mieli mi ha rivolto, su La7, un appello. Rispondendo a Giuliano Ferrara e Gad Lerner, che lo pregavano di replicare al cardinale Camillo Ruini a proposito di usi e abusi delle intercettazioni telefoniche, il direttore del quotidiano che ha pubblicato a puntate una cinquantina di pagine di conversazioni tra Antonio Fazio e Gianpiero Fiorani ha ricordato che fu Il Giornale a divulgare per primo alcuni brani dei colloqui tra il governatore della Banca d’Italia e l’amministratore delegato della Bpi. «Belpietro dovrebbe dire qualcosa», ha mormorato il direttore del Corriere della Sera, sottraendosi alle domande dei colleghi.
Naturalmente non ho nessuna difficoltà a raccogliere l’invito di Mieli, sperando poi che lui risponda al mio. Il 24 luglio l’editorialista di Repubblica Peppino Turani scrisse che al posto di Antonio Fazio non sarebbe stato tranquillo: «Si vocifera di indagini e intercettazioni (legate alle guerre per le due banche) molto preoccupanti e che disegnano un quadro decisamente sconvolgente a proposito di quel che è successo. Con rapporti fra i vari protagonisti che definire impropri e incestuosi è ancora poco». Più che una notizia era un avviso, di garanzia. Uscito sullo stesso giornale su cui ogni tanto scrive l’avvocato Guido Rossi, il legale della banca olandese che aveva denunciato la Bpi.
Il nostro Gianluigi Nuzzi ha impiegato due giorni a trovare le conferme di una storia destinata a sconvolgere il mondo bancario e Il Giornale ha pubblicato alcune frasi, facendole accompagnare da un commento di Paolo Del Debbio che invitava a maneggiare con cura le intercettazioni, perché potevano essere usate per fermare la battaglia del governatore a difesa dell’italianità delle banche.
Ma perché le pubblicammo? Innanzitutto perché in esse vi era la notizia che Fazio era stato intercettato, così come aveva lasciato intendere Turani, e poi perché sapevamo che altri giornali vi stavano mettendo sopra le mani. E infatti lo stesso giorno il Corriere scrisse delle intercettazioni tra Fazio e Fiorani, lasciando intravedere un rapporto privilegiato tra governatore e amministratore della Bpi. Tra noi e il quotidiano di via Solferino c’è però una differenza: Il Giornale di quelle parole non ha mai fatto un’arma per far dimettere i vertici di Banca d’Italia o per emettere condanne preventive.
A La7 Mieli ha detto che il Corriere non ha diffuso quelle intercettazioni per fare un piacere ai suoi editori, che in parte erano direttamente o indirettamente interessati alla vicenda. Gli azionisti del quotidiano di via Solferino (15 in tutto tra industriali e banchieri) non usano il loro giornale: «Loro sono persone più evolute», ha spiegato Mieli, «e non fanno questo calcolo. Sanno che abbiamo giornalisti economici che non si trattengono neppure di fronte ai nostri editori». Il direttore del Corriere è persona seria. E per questo mi piacerebbe che chiarisse alcuni piccoli dubbi che da tempo coltivo sull’indipendenza di un grande giornale indipendente. Non chiedo molto: vorrei sapere come mai Alessandro Penati, brillante editorialista del Corriere, dopo aver criticato un azionista del medesimo quotidiano, subì un appannamento e poi lasciò via Solferino. E perché nessuno dei commentatori del giornale diretto da Mieli, pur così attenti alla tutela del mercato, scrisse qualcosa a proposito del codicillo anti Opa varato dai soci del Corriere contro Stefano Ricucci, che molti osservatori giudicarono in contrasto con la legge Draghi? Infine sono curioso di capire come mai Salvatore Bragantini, editorialista che non si trattiene, ha scritto un violento commento contro il riacquisto di azioni Fiat da parte della famiglia Agnelli, ma non sul Corsera, bensì sul sito lavoce.info.
Caro Mieli, so di chiederti molto, e so anche che Indro Montanelli diceva - sbagliandosi - che i veri padroni dei giornali sono i lettori. I veri padroni restano gli azionisti, anche se «più evoluti». E ai lettori è meglio dire le cose come stanno: loro sì, che sono evoluti.