Dal Mig libico alla battaglia aerea: 27 anni di teoremi senza una prova

La sentenza confermata mette in luce tutti i falsi storici dell’inchiesta e l’infondatezza delle accuse ai vertici dell’Aeronautica

Luca Rocca

Nessuna prova, solo ipotesi e teoremi. È questa la storia (mediatico-giudiziaria) della strage di Ustica. È così che la Corte d’Assise d’Appello di Roma aveva già spazzato via anni di veleni e presunte verità, spiegando perché i generali dell’Aeronautica non potevano non essere assolti. Se dopo un quarto di secolo non c’è ancora una verità giudiziaria su chi e perché abbia buttato giù il Dc9 dell’Itavia causando la morte di 81 innocenti, la colpa non è certo dei generali linciati per anni sui giornali. Loro non hanno depistato le indagini né impedito al governo l’accertamento della verità. Loro. «La Corte - scrivono i giudici di secondo grado nelle motivazioni - era ben conscia dell’impatto negativo di un’ulteriore sentenza assolutoria anche nei confronti dei due generali ma a fronte di commettere un’ingiustizia, perché tale sarebbe stata la conferma della sentenza (di primo grado, ndr) o una condanna, andare contro l’opinione pubblica non costituisce un ostacolo. In quel caso, allora, si sarebbe trattato di una vergogna perché si sarebbero condannati o ritenuti responsabili di un reato persone nei cui confronti vi era un difetto assoluto di prova». Le accuse ai generali partono da un assunto: fin dalla notte della tragedia, i vertici dell’Aeronautica vengono messi al corrente della presenza di traffico militare intorno al Dc9. Presenza notata dal colonnello Giorgio Russo, che non poteva non vedere i due famosi plot radar «-12» e «-17». Da quel momento in poi i generali si sarebbero attivati per nascondere la verità. Secondo i giudici non c’è nessuna prova che l’ufficiale abbia visto i due plot né che i generali fossero al corrente di alcunché. Non solo. Se nella prima sentenza è scritto che queste due tracce provano la presenza di almeno un velivolo accanto al Dc9, la sentenza d’appello giudica il ragionamento «un salto logico non giustificabile» perché «l’esistenza di un velivolo che volava accanto al Dc9 Itavia è supportato solo da ipotesi, mai una sola certezza». Spazzata via anche l’ipotesi di un collegamento tra la caduta del Dc9 e il Mig libico precipitato effettivamente sulla Sila, ma il 18 luglio e non in concomitanza col velivolo dell’Itavia, come hanno dovuto ammettere anche i pm. È certo che non vi fu alcuna battaglia aerea, nessun missile, alcuna portaerei. Disintegrata definitivamente anche la teoria cavalcata dal giudice Priore - teoria senza precedenti nella storia dell’incidentistica aeronautica mondiale - della «quasi collisione» fra il Dc9 e un jet militare mai identificato. Sulle cause della tragedia in appello si è detto nessun missile, perché non vi sono segni sul relitto. E nessuna bomba, anche se alcune perizie hanno dimostrato clamorosamente il contrario. Una parola meritano i falsi storici sulle cosiddette «morti sospette» (testimoni uccisi perché sapevano troppo) poiché nessuna di esse, dicasi nessuna, è risultata tale. Insomma, altro che «muro di gomma». La vicenda di Ustica era una «casa di vetro» così trasparente che volutamente nessuno ha mai voluto vederci dentro.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it