In migliaia a Beirut ai funerali del deputato: slogan contro Damasco

Folla imponente al corteo funebre di Walid Eido e del figlio Il generale Graziano: Unifil rischia

In una Beirut ovest sigillata dall’esercito, con scuole, uffici e negozi chiusi per il lutto nazionale proclamato dal governo, migliaia di persone hanno gridato slogan contro Damasco durante i funerali del deputato libanese antisiriano Walid Eido, ucciso mercoledì in un drammatico attentato sul lungomare della capitale nel quale sono morte anche altre nove persone.
Una dimostrazione di collera che dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, come il Libano si trovi sempre in bilico, sull’orlo di qualcosa che di volta in volta prende le sembianze di una guerra civile, di un’occupazione da parte di un Paese vicino, dell’esplosione della drammatica questione dei profughi palestinesi da decenni ospitati nel Paese e fra i quali si annidano complici e infiltrati del terrorismo islamico.
Ieri la folla che accompagnava le spoglie di Eido, del figlio Khaled e delle due guardie del corpo, avvolte nella bandiera nazionale a strisce biancorosse con il Cedro del Libano, gridava la sua dolorosa certezza che dietro quelle morti ingiuste ci fosse, come in tante altre occasioni, la lunga mano del regime di Damasco, mai sinceramente rassegnato alla perdita del proprio ruolo di protettore del piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo orientale.
«Beirut vuole vendicarsi con Lahoud e con Beshar», scandivano i partecipanti al funerale nel quartiere sunnita di Qasqas. Emil Lahoud è l’attuale presidente della Repubblica, a suo tempo installato dai siriani, mentre Beshar è Beshar el-Assad, il presidente-dittatore della Siria. Nella gremitissima moschea di Khashiji, dove è stata tenuta l’orazione funebre, perfino il Gran Muftì sunnita Mohammad Rashid Kabbani ha puntato il dito contro Assad e i suoi alleati libanesi. «Gli stessi che hanno ucciso Rafik Hariri (l’ex premier che nel febbraio 2005 fu la prima vittima eccellente di un piano omicida che si ritorse contro i suoi ideatori portando in breve alla fine del trentennale dominio siriano sul Libano, ndr) hanno assassinato ora Walid Eido», ha gridato Kabbani. Sono seguiti chiari riferimenti alla Siria e alla sua volontà di evitare, anche attraverso atti di violenza, che un Tribunale internazionale possa giudicarla responsabile dell’omicidio di Hariri.
Ma la questione del Tribunale non sembra essere direttamente collegata con la tragica fine di Eido. La stampa locale torna invece a denunciare un piano brutale della Siria per ridurre attraverso una serie di omicidi di deputati la risicata maggioranza che le forze antisiriane hanno nel Parlamento del Libano: l’obiettivo sarebbe impedire l’elezione di un presidente a loro ostile nel prossimo autunno al posto di quello attuale, il già citato Emil Lahoud, su cui Beshar el-Assad sa di poter fare ampio affidamento. La Siria nega con toni sdegnati, ma è un fatto che con la morte violenta di Eido - che ha fatto seguito a quella dell’altro deputato Pierre Gemayel lo scorso novembre e a quella nel dicembre 2005 del collega Gibran Tueni - il gruppo antisiriano «14 marzo» può ormai contare in Parlamento solo su 68 seggi su un totale di 128. La maggioranza chiede a gran voce elezioni suppletive per rimpiazzare le vittime del terrorismo, ma Lahoud certamente rifiuterà anche questa volta, come già fece in novembre, sostenendo che il governo guidato dall’antisiriano Fuad Siniora sarebbe illegittimo: il pretesto sono le dimissioni date da cinque ministri filosiriani sempre lo scorso novembre.
Mentre il Libano rimane stretto nella morsa crescente delle violenze e dell’insicurezza si delinea un ruolo potenzialmente più delicato per le truppe dell’Onu schierate nel sud del Paese al confine israeliano. Il generale italiano Claudio Graziano, che comanda gli oltre 13mila uomini del contingente internazionale Unifil, ha rilasciato un’intervista all’Espresso nella quale alterna un prudente ottimismo alla denuncia del rischio che si verifichino attentati terroristici contro i suoi soldati. «Se riusciamo a mantenere la situazione di oggi - dice Graziano - e se siamo capaci di evitare un nuovo conflitto per due o tre anni, probabilmente non ci sarà più guerra tra Libano e Israele. Ma questo non vuol dire che automaticamente ci sarà la pace».
Graziano afferma di ritenere che al momento non sussistano le condizioni perché l’Unifil diventi l’obiettivo di un attentato terroristico da parte di Al Qaida, ma non esclude che ciò possa verificarsi in futuro. «Io non escludo che possa esserci un attacco e non mi soffermo a discutere se è probabile o no. Il mio mestiere e il mio ruolo - chiarisce - mi impongono di comportarmi come se stesse per arrivare». Quanto ai combattimenti tra esercito libanese e Fatah al-Islam , «sarebbe assurdo se non mi preoccupassi. Questo è un ulteriore elemento di instabilità in un Paese la cui situazione politica e istituzionale resta complessa. Ci preoccupa il vuoto politico del Libano, di cui non si intravede una facile soluzione».