Migliaia di serbi rendono omaggio a Milosevic

Il feretro portato a spalla dei dirigenti del Partito socialista

Maurizio Cabona

da Belgrado

La «città bianca» - ciò significa letteralmente Belgrado - lo era davvero ieri per la neve, quando, a migliaia, si sono messi in fila per rendere omaggio a Slobodan Milosevic nel feretro posto al primo piano del Museo della Rivoluzione, sulle alture di Dedinje. Fin qui arrancavano, scivolando, i cittadini della capitale e del resto della Serbia. Sono arrivati prima i vecchi, non perché più veloci, ma perché l’omaggio silenzioso è cominciato nel primo pomeriggio, quando solo i pensionati potevano presentarsi. Verso le 17, è scesa l’età media di chi saliva fin qui...
Se il socialismo è la società senza classi, il socialismo jugoslavo e poi quello serbo non sono riusciti a costruirlo. Se il socialismo è invece la nazione, ce l’hanno fatta. Neanche ai funerali di Togliatti (1964) o a quelli di Almirante e Romualdi (1988) la folla era stata così espressione di ogni ceto ed estrazione. Ad alternarsi nel picchetto d’onore, sei persone a rotazione ogni dieci minuti, erano il contadino e il primario, il reduce mutilato e il cestista famoso, la cantante e la massaia...
Sebbene retto dalla stessa maggioranza trasversale che sosteneva Milosevic, il governo serbo è stato obbligato dalla «comunità internazionale» a negare i funerali di Stato. Morale: le onoranze ci sono lo stesso e sono più suggestive che con un artificioso cerimoniale ufficiale. Quelle scese ieri a Belgrado, insieme alla neve, sono state solo lacrime vere.
Se il vinto Milosevic sarà sepolto da vincitore - domani, nel giardino della villa di famiglia della sua città natale, Pozarevac, distante settanta chilometri da Belgrado - è perché i serbi onorano anche gli sconfitti: infatti la battaglia perduta contro i turchi a Kosovo Polje è il loro mito fondatore. Ma è anche perché ai nemici della Jugoslavia ieri, che oggi sono i tutori della Serbia-Montenegro, non è bastato vincere: hanno voluto stravincere.
Non è bastato, cioè, rovesciare Milosevic. Hanno voluto farne un criminale di pace e di guerra, un genocida eccetera. Hanno imbastito un processo in Olanda con giudici cosmopoliti di un tribunale finanziato essenzialmente dagli Stati Uniti. Risultato: quattro anni di udienze, con l’autodifesa di Milosevic che - proprio come nel film Provate a incastrarmi - rimbeccava l’accusa. Poi la prolungata omissione di soccorso ha chiuso, con la vita di Milosevic, la questione legale. Ma la politica non si lascia chiudere nelle aule di certa giustizia e di certe giustiziere.
Come chi non ha salvato Craxi, chi non ha salvato Milosevic gli ha solo restituito la popolarità in parte perduta. Il procuratore Carla Del Ponte non è responsabile di un orrore, come quelli che rimproverava a Milosevic. È responsabile di un errore, che può esser peggio.
Non ne ha commessi invece finora il Partito socialista serbo, nella persona del vicesegretario Velorad Vucelic. Era lui a portare la bara a spalla, con gli altri dirigenti del Psp; era lui a salutare gli ospiti illustri, con il volto segnato dalla stanchezza. Non ha messo una sola bandiera rossa, ha messo tante bandiere bianco-rosso-blu, quelle della nazione. Di quella della fazione non c’era bisogno. Lo dicevano i tanti segni della croce alla maniera ortodossa di chi sostava per qualche attimo davanti al defunto.
Il clima di Belgrado è dunque atmosfericamente pungente e politicamente frizzante. Il pellegrinaggio di ieri, che continuerà oggi, prelude alla manifestazione di domani, organizzata sempre dai socialisti davanti alla sede del Parlamento federale, lungo la strada che va all’aeroporto. Da lì partirà poi il convoglio funebre per Pozarevac.
Gli ambasciatori della «comunità internazionale» non andranno alle esequie, perché sono tenuti a non andarci, anche se in politica il fair play serve almeno quanto il rigore. No, manderanno qualche sottoposto con l’incarico di contare i presenti. Sarà un implicito sondaggio sul voto delle prossime elezioni: processi interminabili di nessuna legittimità e di risibile legalità, embarghi finiti solo a metà, interfenze straniere, incombente secessione del Montenegro e conferenza di Vienna per il riconoscimento della secessione del Kosovo sono i formidabili alleati per il partito che ora pare di Vucelic. E per i nazionalisti di Nikolic (e Seselj). La Serbia diverrà più piccola, ma finalmente sarà compatta. Allora però i guai cominceranno per i vicini, Italia inclusa, alla quale l’Adriatico sembrerà allora molto, molto più stretto.