Ma la miglior difesa è l’amore per Israele

Mentre in America il leader del Partito democratico Barack Hussein Obama e quello del Partito repubblicano, John McCain, si affrontano nelle prime schermaglie per la conquista della Casa Bianca, in Israele ci si interroga non tanto su quale dei due contendenti sarà il prossimo presidente, ma se, e in quale misura, il senatore afroamericano dell'Illinois ha fatto delle primarie democratiche un evento capace di trasformare del «fumo» elettorale in «arrosto» politico.
Tutti gli interventi di Obama sono stati capolavori di retorica emotiva, ma erano quasi privi di contenuto. Inevitabile in una battaglia di immagine mirante a conquistare una risicata maggioranza all'interno di un partito affascinato dall'impatto carismatico di un giovane leader che il colore della pelle e la storia familiare trasformavano in perfetto simbolo mediatico. Se a questa vittoria seguirà la conquista della Casa Bianca, è ancora tutto da vedere. Ma ciò che Obama ha già realizzato è il cambiamento della visione che il mondo ha dell'America, soprattutto dopo gli otto anni di disastrosa amministrazione Bush. L'amministrazione democratica Obama non c'è ancora. Forse non ci sarà mai. Ma il fatto che l'America sia stata capace di produrre un leader come Obama è gia una realtà nuova che rimarrà, qualunque sarà l'esito finale della corsa alla presidenza.
La più inattesa ricaduta del fenomeno Obama si è avuta anche nel Medio Oriente a seguito delle sue dichiarazioni su Israele. Esse sono state certo dettate dal bisogno di neutralizzare i timori e i sospetti sul suo passato islamico da parte della comunità ebraica, il cui voto potrebbe diventare per lui decisivo in California e a New York. Ma è sorprendente che queste dichiarazioni si siano trasformate in un salvataggio dell'immagine di Israele in uno dei momenti più oscuri della sua esistenza. Di converso, appare non meno sorprendente che le parole del senatore afroamericano si siano trasformate in uno scacco per i più accaniti avversari di Israele - di destra e di sinistra - che sono fra i più accesi sostenitori del senatore dell'Illinois, in Europa, in America Latina e nel mondo arabo islamico. Osama, infatti, rappresenta la speranza di quella sinistra globale, di quei verdi, di quegli intellettuali «post moderni», di quei neomarxisti che odiano Israele e lo denunciano come Stato razzista, imperialista e colonialista. Che descrivono il sionismo come nuovo nazismo.
Nessuno può prevedere quale sarà la politica di Obama se diventerà presidente degli Stati Uniti. Ma sarà difficile ignorare quello che questo idolo dalla pelle nera ha detto su Israele. E cioè che si tratta di «un Paese meraviglioso, morale, rispettoso del diritto»; che il movimento che lo ha creato, il sionismo, è un «movimento nazionale come gli altri»; che la sicurezza di Israele è «sacrosanta» per gli Stati Uniti e che gli arabi debbono decidersi ad accettare Israele come «Stato ebraico» con capitale Gerusalemme.
Obama - scrive il quotidiano Haaretz - è diventato il candidato democratico alla Casa Bianca nonostante avesse ottenuto meno voti di Hillary Clinton perché ha osato esprimere il suo pensiero senza pretese e senza paure. Lo ha fatto alla conferenza nazionale della lobby israeliana Aipac con un discorso semplice, farcito di clichè e di slogan pro israeliani, «banale» ma che per Israele è diventato un discorso «storico». Un discorso - sostiene ancora il giornale di Tel Aviv - di cui ogni israeliano chiamato a rispondere alle menzogne dell'anti-israelianismo dovrebbe tenersi una copia in tasca. Certo dovrebbe stare nelle tasche dei responsabili dell'informazione israeliana, che sino ad oggi si è dimostrata arcaica e fallimentare.