La miglior vendetta?

«I nostri sono brani suonati prevalentemente su giri di accordi in minore, a tempo medio, enigmatici. Una specie di ballate semi folk rock. Questo è ciò che la gente pensa del nostro stile e più o meno è la verità». Così parlava nel 1988 il guru Michael Stipe, raccontando le sonorità dei Rem. Già, i Rem, capaci di volare dal circuito del rock alternativo allo stardom del rock; in grado di vendere, con la loro formula magica, milioni di dischi e di sopravvivere - grazie al loro messaggio - agli anni Ottanta.
Rem e U2 pilastri di quel rock che coniuga impegno (politico, sociale, umanitario), qualità e grande successo commerciale senza perdere la faccia.
Un concerto dei Rem è una garanzia: grande musica innanzitutto e poi eseguita col cuore e con la testa. Un tripudio di emozioni e di suoni per pensare e per scaricarsi. I Rem sono anche garanzia di tutto esaurito, come è accaduto alla prima data del loro tour europeo in Olanda, e come accadrà per lo show di domani all’Arena all’interno del Milano Jazzin’ Festival. Certo il loro show oggi è decisamente rock, figlio dell’ultimo album Revenge, ma quel rock di classe che sa lasciarsi andare, dare energia, muoversi come un’onda ora impazzita e spumosa ora rilassata nell’infrangersi sulla riva. Rock di sudore e di classe (che non lascia mai da parte l’aura intellettuale e un po’ snobistica di Stipe) il cui messaggio è sintetizzato dal brano d’apertura del concerto, Living well’s the best revenge (vivere bene è la miglior vendetta ndr) che in una sola frase capovolge tutti gli assiomi della cultura hippie e protestataria.
«L’ultima cosa che volevo fare era scrivere canzoni politiche - ha detto Stipe, parlando dell’ultimo disco Revenge - e non ho più bisogno di mostrarmi per soddisfare il mio ego. Certe volte è meglio tirar fuori le cose da dentro, lasciare che la musica venga fuori spontanea, immediata, senza pensarci troppo». Non è più tempo dei tour propagandistici anti-Bush con Springsteen e Eddie Vedder dunque. Così Stipe, Peter Buck alla chitarra, Mike Mills al basso (più i due turnisti che li accompagnano da quando il batterista Bill Berry se n’è andato per la sua strada) giocheranno coi ritmi di What’s the Frequency Kenneth e di Bad Day e con i toni nostalgici di Supenatural Superserious catturando man mano l’attenzione dei fan con una calda miscela di acqueforti che passano da Hollow man a Horse to Water fino a Let Me In dedicata alla memoria di Kurt Cobain. Stipe è padrone della scena; non ha certo il physique du rôle ma canta con quel tono strano e stranito, sensibile, ora freddo ora accorato, che affascina e ammalia i fan.
È qui che il rock arriva al crocevia della ballata d’autore - ormai immortale - come Everybody hurts, Man on the moon e soprattutto la melanconica Losing my religion, capolavoro di melodia e intensità, che arriverà alla fine del concerto. Un concerto che è cultura popolare, moda e tradizione, la miscela ideale di creatività e commercio (che da sempre si combinano in strane alchimie nel mondo del rock) e infine è anche sogno. Perché come dimenticare che quattro ragazzi di Athens, Georgia, incontratisi in un negozio di dischi e al liceo, nel 1981 incisero Radio Free Europe per la sconosciuta Hib Tone e ora sono da anni in cima al mondo.