Migliore: «Ma è un punto d’onore abbattere lo scalone della Cdl»

Il capogruppo di Rifondazione alla Camera: «Liberalizzazioni? Nei servizi va tutelato il cittadino, non l’impresa. Nell’Unione troppi cercano rapporti privilegiati coi poteri forti»

da Roma

Onorevole Gennaro Migliore, Fassino e Rutelli si presenteranno a Caserta con lo slogan «o riforme o morte». Il suo segretario, Franco Giordano, ha fatto sapere che un’eventuale fase due riformista avrebbe «effetti devastanti per il governo». Siamo al redde rationem?
«Siamo alla definizione dell’identità progettuale di questo governo. Non basterà una sola riunione... ».
Il programma non tiene più?
«Rifondazione crede che mantenga intatta la sua potenzialità. Solo che è un programma per i 5 anni, non per i 5 mesi. Prodi ha ragione».
C’è da risalire la china, però.
«Piuttosto ci sono una serie di urgenze sotto gli occhi del Paese che sarebbe giusto mettere sotto gli occhi del governo. La crescente precarietà per i giovani, l’incertezza di vita e del lavoro, che arriva fino alla fine, al capitolo pensioni... ».
Nel programma si parlava di abbattere il cosiddetto «scalone»...
«È un punto d’onore. Tutti noi lo abbiamo detto e stradetto, è scritto nel programma, la vera cosa strana è che ora se ne possa discutere. Si dovrà abolire. È un impegno solenne con gli elettori».
Sulle pensioni terrete duro.
«Qui si tratta di partire dai bisogni concreti, dai 7 milioni di pensionati con il minimo. Come si sopravvive con 380 euro? Emergenze clamorose... come la rottura generazionale».
Siete conservatori e «signornò».
«Invece siamo noi che difendiamo le pensioni dei giovani di oggi. Un lavoratore che ha avuto per meno di 6 anni contratti irregolari, quando diventa fisso non può riscattare quei contributi e li perde. Oppure, se ha lavorato da precario per più di 6 anni, non può ricongiungerli. Le sembra giusto? Con questo meccanismo un lavoratore, dopo 40 anni, magari arriverà ad avere alla fine della carriera 400 euro, pochi spiccioli più dell’attuale minima».
Altro totem che vorreste abbattere è quello delle liberalizzazioni.
«Come per le pensioni, le cosiddette liberalizzazioni richiedono metodi diversi. Occorrerebbe confrontarsi con i lavoratori come con le comunità, per i servizi pubblici locali. Il presupposto è che non si può fare profitto su quelli che sono servizi erogati ai cittadini. Non è un’astratta parola d’ordine: il centro dell’interesse deve restare il cittadino, non l’impresa che deve investire e fare profitto... ».
Quindi la minaccia di «effetti devastanti» può essere realistica.
«A minacciare il quadro politico sono loro, i riformisti. Noi cerchiamo di far comprendere che la tensione che accompagna la nascita del Partito democratico non può essere scaricata sul governo. È un’operazione importante, intendiamoci. Ma è un’idea della politica nella quale c’è alternanza senza alternativa. Nella quale si privilegia la relazione con parti della società ben individuate, poteri forti che durante le elezioni contano meno, e dopo contano tanto... ».
Si ha il sospetto però che anche le vostre ricette costino tanto...
«Abbiamo dimostrato che il risanamento può essere coniugato con una maggiore attenzione all’equità. Altrimenti si strangola l’economia. Per questo occorrerà anche rilanciare la questione salariale, recuperare il potere d’acquisto. Altrimenti è come avere una macchina sempre più lussuosa, ma senza benzina... ».
Prodi dice di guidare un pullman rissoso: va piano per non sbattere. Un’altra volta si definì una «mozzarella»: non è che, tornando da Caserta, scoprirà d’essere scaduto?
«Non credo. Tanti annunciano di volere rompere le uova, ma poi dimostrano di volerle tenere sane. Importante è che la democrazia sia dinamica: non può esistere che ci sia uno che comanda, ovvero una tolda di comando riformista, e gli altri che dicono sempre di sì».