Miguelito, torero a 10 anni uccide il toro e poi piange

La prima corrida nel 2003. Affronta nelle arene messicane bestie da 230 chili. Aspetta i 16 anni per continuare la carriera in Spagna

«Meglio le cornate del toro che quelle della fame» - faceva ripetere Blasco Ibanez al suo Juan Gallardo, predestinato matador di «Sangue e arena». Non c’è fame nelle viscere di Miguelito, non c’è neppure quel sinistro presagio che piegava il Gallardo prima d’ogni incontro. Il «soldo di cacio» in gilet, bolero e «montera» la paura non l’ha ancora incontrata. «Chi sa combattere non ha fifa, davanti al toro sono soltanto calmo, concentrato» ripete dall’alto dei suoi dieci anni, delle 106 orecchie già conquistate, delle sette code mozzate a bestioni da 230 chili e passa chili. È Miguelito, è il «pequeno matador». È il nuovo idolo delle arene di Messico e Perù, quelle senza i limiti imposti da Spagna e Francia ai minori di 16 anni, quelle senza regole e senza patemi dove le senoritas si copron gli occhi, ma rimirano tra le fessura delle dita le stoccate di un bimbo cresciuto tra spade e muletas.
Papà si chiama Michele Lagravere, era uno dei più famosi toreri francesi. Michel, detto Miguelito, ne insegue le orme da quando aveva cinque anni. Nessuno in famiglia nutre dubbi. Mamma Diana Peniche va in brodo di giuggiole al ricordo degli ultimi trionfi peruviani del Miguelito trascinato sulle spalle dalla folla impazzita. Lui racconta la sua vita come un «paso» predestinato, dagli spalti alla sabbia madida di sangue, sudore e morte. «Quand’ero piccolo casa mia era piena di toreri...ad ogni corrida ero con papà». Adesso papà segue lui. Al «tercio de varas», quel primo atto in cui il torero è solo attento spettatore, il monello addossato al toril sembra un intruso arrivato ad inseguire un sogno. Ma quando afferra le banderillas, le infilza nel collo possente, lascia sfilare ad un fiato dai fianchi il mostro mugghiante, è già figlio d’arte. Al fatidico finale «tercio de muleta» Miguelito e la belva sono uno davanti all’altro, un gracile metro e cinquanta d’infanzia inerpicata sulle punte per scrutar negli occhi 250 chili di furia incattivita. Poi tra nuvole di rena, piroette, vapori di muco e sangue lo scintillio dell’acciaio che grigna tra le scapole, spacca il cuore, abbatte la fiera. Miguelito in trionfo, Miguelito el Matador, Miguelito olè, urla la folla ubriaca di paura e sangue. La folla di «Sangue e arena» diventata «unica vera belva». Miguelito un po’ lo sa, un po’ lo fa, un po’ ci sta. Ha visto la cicatrice dell’amico Miguel Jairo, una ruga di pelle incartapecorita là dove il corno ha squarciato la schiena, forato il polmone, sfiorato il cuore. Jairo ha 14 anni, combatte da se, è figlio d’arte pure lui. Lo scorso anno ad Aguascalientes il toro Hidrocalido gli è passato sopra con i suoi 450 chili, s’è rigirato, ha annusato il corpicino, l’ha infilzato, sollevato, scaraventato lontano. «Papà muoio, papa me ne vado» ripeteva Jairo, mentre papà Antonio Sánchez Cáceres gli teneva la testa e gli gridava di tener duro, bestemmiava la propria passione, malediva quei maledetti 4800 euro a toro concordati con i messicani. Tre giorni tra la vita e la morte, poi il miracolo, i cartoni animati nel letto dell’ospedale, il ritorno al sangue e all’arena. E un nuovo contratto da 190mila euro all’anno. Ad ottobre una seconda cornata gli morde i glutei, papa Antonio è di nuovo nell’incubo, ma lui Jairo «senza paura» si tiene in piedi, attende il toro lo infilza e lo uccide. Crescono assieme Jairo e Miguelito, eccitano le folle di Perù e Messico, giocano con la morte e attendono, se ci riusciranno, di poter infiammare anche quelle spagnole.