Mihaileanu: i miei ebrei neri sperduti nella Terra Promessa

«Vai e vivrai» racconta l’arrivo in Israele della tribù etiope dei Falasha

Pedro Armocida

da Roma

Grandi temi che nascono da una singola storia. Come quella di Schlomo, protagonista di Vai e vivrai, su cui il regista Radu Mihaileanu costruisce una vera e propria epopea. Così l’idea di raccontare la grande migrazione di migliaia di ebrei etiopi, i Falasha discendenti del re Salomone e della regina di Saba, cui nel 1984, grazie all'operazione Mosè organizzata da Israele e Usa, fu consentito di tornare nella loro Terra Promessa, diventa nel film un’analisi delle varie realtà presenti nello Stato d'Israele e apre a tutta una serie di temi, delicati e universali: la patria, l’identità, la famiglia, la religione, l’integrazione tra culture, l’intolleranza.
Tutte questioni con cui sia il regista sia l’attore protagonista del film, una coproduzione tra Cattleya e Medusa che lo distribuisce dal 4 novembre, si sono personalmente scontrati. «Mi sono sempre sentito uno straniero - dice Mihaileanu, autore nel 1998 del fortunato Train de vie - perché sono dovuto andar via dalla Romania di Ceausescu per riparare in Francia via Israele. Ma anche prima avevo un problema d’identità perché mio padre, per sfuggire ai campi di concentramento, cambiò il cognome ebreo in Mihaileanu. Ora però ho capito che la mia casa è ovunque. O meglio, i miei figli sono la mia casa».
Sulla stessa lunghezza d’onda l'attore Sirak M. Sabahat, ebreo etiope emigrato nel 1991 in Israele, che sottolinea come «la questione dell’identità per uno come me di colore è il problema d’una vita. Ciò che più conta è la famiglia, lì è la mia casa e quindi adesso è Israele». Proprio come accade allo Schlomo del film, il cui nome non a caso è lo stesso del protagonista di Train de vie, che nel corso del film seguiamo prima timido bambino, poi adolescente inquieto e infine adulto, compiutamente maturo. Su di lui pesa la decisione della madre cristiana che, al momento dell’operazione Mosè, lo spaccia per ebreo perché almeno lui, fuggendo dall’Etiopia, si salvi dalla carestia.
Schlomo scoprirà però che la vita non è facile neanche in Israele dove il colore della pelle dei Falasha, unici ebrei neri al mondo, non passa sempre inosservato. «Questo perché - spiega il regista - Israele ha al suo interno mille anime e opinioni. Dal canto mio volevo raccontare a fondo una società che siamo abituati a conoscere solo attraverso la tv».