Milan ancora in ritardo ma le manone di Abbiati lo mantengono Allegri

Milan-Inter a Washington, Real-Barcellona a Los Angeles e Arsenal-Chelsea a New York. Il vulcanico Don Garber, il commissioner del calcio a stelle e strisce, ha partorito un’idea che solo all’apparenza potrebbe apparire balzana e fantascientifica. Il guru del soccer americano, grazie al sostegno di sponsor onerosi tra i quali Budweiser, Microsoft e Visa, sogna di ambientare negli States qualche puntata di Liga, Premiership e Serie A. I proventi dei diritti televisivi non irrorano le casse societarie con l’intensità di un tempo, così il pendolarismo a suon di dollari potrebbe davvero diventare la nuova frontiera del pallone. Del resto il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con una sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali e le sue sette. In un processo di globalizzazione della sfera di cuoio potrebbe quindi anche starci un campionato più big mac che spezzatino. «È un progetto ancora in fase embrionale, anche se qualcuno ritiene che la mia non sia altro che una provocazione», spiega Garber che nel frattempo ha promosso le tournee estive dei top club negli Usa. Dallo United al Manchester City, dal Real Madrid all'Inter, dal Tottenham allo Sporting Lisbona fino al Celtic Glasgow. L’America sta apprezzando dal vivo le gesta di campioni affermati in un’abbuffata senza precedenti. «Era dai tempi dei Cosmos di New York che non si vedeva qualcosa del genere», ricorda Garber rispolverando il primo grande tentativo di trapiantare il calcio negli Usa. Erano gli anni settanta, con un campionato mutuato dalla presenza di stelle a fine carriera come Cruyff, Pelè, Beckenbauer e il «paisà» Chinaglia e di qualche operaio specializzato locale come Ricky Davis. Questa disciplina piaceva all’allora segretario di stato Henry Kissinger e tanto bastò a sviluppare un progetto che innescò all'atto pratico pochi entusiasmi e tanti debiti. Solo nel 1994, a ridosso dei primi mondiali a stelle e strisce, gli Usa compresero che per lanciare il calcio sarebbe stato indispensabile introdurlo nei college, insegnarlo nelle scuole. Fu la scelta vincente, e da quel momento iniziarono a beneficiarne sia la nazionale che i club della neonata Major League Soccer. Ora gli Stati Uniti si trovano di fronte a una scelta obbligata: pagare fior di dollari i grandi club per «affittare» le partite più suggestive e far crescere ulteriormente la passione verso uno sport inizialmente accolto con ritrosia. Gli ingaggi di Beckham ai Galaxy e recentemente di Henry a New York viaggiano sulla direttrice di una diffusione commerciale a tutto tondo. Nell’ottica di sviluppare una presenza sociale che faccia da corredo al calcio non soltanto per prosperare nei guadagni, ma anche per ottenere riconoscimenti nello sport più diffuso al mondo. Dove la nazione più grande e potente ancora soffre di un evidente complesso di inferiorità.