Il Milan di Atene: meno gol, più forza E il nodo Maldini

Centrocampo più pesante, migliore l’approccio psicologico. Persi Sheva e Crespo, attacco più debole Oggi test decisivo per il capitano

Solo Adriano Galliani, sensibilissimo ai riti scaramantici, ha accompagnato con un sospiro di sollievo l’ennesimo scivolone sotto porta di Oliveira contro l’Udinese. Didascalica la spiegazione: «Non volevo che finisse come due anni fa, prima di volare a Istanbul contro il Liverpool». Allora Milan-Palermo si chiuse con un rotondo 3 a 3 e il vice Berlusconi è disposto persino a perdere una partita inutile di campionato pur di evitare diaboliche coincidenze. A poche ore dalla partenza per Atene, nuovo crocevia del Milan immortale, rimasto vivo nonostante l’atroce beffa di Istanbul e tutto il resto il quesito è il seguente: che differenza c’è tra il Milan dell’Atatürk e quello dell’Olimpico? A rievocare le cadenze del primo tempo (gol lampo di Maldini, dopo 57 secondi, quarto sigillo, regolarissimo, tolto a Sheva per fuorigioco) un dato è evidente: una finale fa, il Milan aveva un attacco scintillante. «Ve lo ripeto: sarei felicissimo se la squadra riuscisse a ripetere la stessa prova di Istanbul a eccezione di quei dieci minuti» la frase di Ancelotti è issata come una bandiera sul pennone della 52ª finale di coppa Campioni. Allora bastò innescare il contropiede con Kakà per scatenare la vena di Crespo, adesso bisogna puntare sull’elettricità di Pippo Inzaghi destinato a vincere il ballottaggio con Gilardino da utilizzare più avanti sull’esperienza felice fatta contro il Manchester in semifinale.
Il nodo Maldini. Nel maggio 2005 cominciarono, sotto coperta, le censure al comportamento di Dida, non solo per il rendimento sui rigori ma per le disattenzioni tradite su primo e secondo gol, passaggi decisivi del recupero inglese. Questa volta Dida rimane in controluce rispetto al vero nodo che attiene alla scelta del secondo centrale di difesa, Maldini al fianco di Nesta, atteso dalla 29ª finale in rossonero e dall’eguagliare il record di Gento col Real Madrid (otto finali di coppa Campioni disputate). «Abbiamo fatto molta fatica per arrivare in finale, quindi vorrei esserci. Qualche dubbio c’è ancora ma sempre meno» conferma il diretto interessato ai microfoni di Mediaset e la sua confessione lascia in bilico la presenza di Kaladze fisicamente al massimo e non tiene conto di un altro particolare. Per meritarsi Atene, il capitano deve superare l’esame decisivo, previsto per questa mattina a Milanello. Fino a ieri non ha mai forzato, mai ha collaudato il ginocchio che scricchiola da qualche settimana: oggi il test dev’essere attendibile.
Attento ai cambi. Ad Ancelotti non conviene decidere col cuore in mano: significherebbe compromettere due cambi (staffetta scontata in attacco) e non c’è bisogno di spiegarlo all’interessato. Che ha dalla sua una grande serenità dell’ambiente, lo stato di forma fisico ideale, nessuna fatica trascinata dal campionato. «Carlo è speciale, sa gestire il gruppo e le persone, il Milan formato con tanti campioni deve avere un allenatore così bravo» la fiducia piena votata da Kakà, il più atteso dai berlusconiani dalla notte che può valergli un trofeo personale oltre alla coppa dalle grandi orecchie. Due anni fa il Milan sembrava quasi schiacciato dalla responsabilità del pronostico. Poteva solo vincere, lo fece per un tempo e poi si lasciò risucchiare da chissà quale maleficio. Ora ha un centrocampo meno fragile, qualche debuttante (Oddo e Jankulovski) e uno stato psicologico ideale. «Noi siamo tranquilli e sereni» la conclusione firmata da Kakà. Forse la differenza più marcata tra una finale e l’altra sta tutta qui.