Milan a Barcellona coi cerotti Ma a Messina rivede lo scudetto

Nella dura battaglia con i siciliani si infortunano nel primo tempo Kakà, Nesta e Ambrosini. Poi arrivano i gol della vittoria e una valanga di espulsi

nostro inviato a Messina
Adesso comincia a crederci il Milan. Forse la Juve è alla sua portata. Lontana soltanto 3 punti, ad appena 270 minuti dallo striscione dell’arrivo. Adesso comincia a crederci il Milan dopo aver temuto il peggio in Sicilia e rischiato l’ennesimo rovescio nella provincia calcistica. A Lecce fu causa del suo male e non può che maledire quel pomeriggio finito con un testa-coda inatteso e clamoroso, a Messina invece è protagonista di una partenza ad handicap che rischia di mettere in crisi anche le residue speranze di rimonta in Champions nobilitata più avanti da un orgoglioso recupero. La indegna caccia all’uomo tentata dai siciliani e mal domata da un arbitro inetto, procura danni vistosi all’organico rossonero. Kakà, il gioiellino brasiliano, viene preso di mira da Nocerino, un giovanotto proveniente dal vivaio Juventus (ci sarà qualche legame?) e accreditato di discrete qualità. Dopo 10 minuti entra sul ginocchio di Kakà eliminandolo dalla contesa prima di provare ad arpionare la caviglia di Schevchenko lanciato in contropiede: Pieri lo espelle nel concitato finale della prima frazione quando Kakà è già sul lettino dei massaggi a fare i conti con una contusione forte al ginocchio destro che fa scattare l’allarme. Ambrosini, sostituito prescelto con qualche approssimazione, entra e si fa da parte nel giro di 15 minuti appena, cedendo il posto a Jankulovski, Nesta si arrende per una fitta all’adduttore sinistro. In meno di mezz’ora, il Milan brucia le tre opzioni e vede le streghe. Perché nel frattempo è già sotto di un gol procurato da una stilettata di Sculli, seguita alla punizione di Donati (deviata in barriera) mal trattenuta da Dida, portiere saponetta.
Solo una squadra dotata di grandi doti tecniche e fisiche (altro che squadra cotta, caro presidente Franza) oltre che di un orgoglio smisurato, può andare incontro al destino piegandolo al proprio desiderio. Sul prato di Messina, Ancelotti e Tassotti riorganizzano in modo efficace lo schieramento: Rui Costa resta nelle retrovie a fare il Pirlo, Seedorf passa dietro le punte a rimpiazzare l’assente Kakà. Dal portoghese giunge un rendimento modesto, molto modesto, dall’olandese invece arriva un contributo determinante per riuscire a rimettere il risultato dalla parte del Milan. Insieme con lo strepitoso Gattuso organizzano la resistenza. Una stoccata sotto misura di Jankulovski (suggerita dal solito Serginho) e una sassata di Ringhio da fuori area ripristinano il vantaggio rossonero e mettono le ali a una squadra penalizzata da qualche cedimento oltre che dall’eccesso di alcuni rivali. Adriano Galliani, inferocito per lo spettacolo ammirato nel primo tempo, se ne resta nello spogliatoio a vedere la sfida in televisione, preoccupato più dal notiziario dei sanitari che dall’esito della sfida che pure regala altre emozioni, altre tensioni, riapre il duello tricolore e regala una serie infinita di cartellini e di espulsione per doppia ammonizione.
Si capisce chiaramente che Pieri, che pure non viene dalla luna, e deve aver letto le bellicose dichiarazioni del presidente Franza e del suo allenatore, non è in grado di fermare la mattanza. Alla fine, per eccesso di zelo, allontana dal prato anche Seedorf mentre il Messina chiude addirittura in otto, con tre espulsi, tutti per doppio giallo. All’espulsione legittima di Nocerino, nel campo di Ventura, si sommano infatti le prodezze collezionate da Sculli e Aronica, protagonista di un altro sipario da saloon del far west. Il tappo precario, che controlla lo stato nervoso dei siciliani, salta nel finale quando l’affondo di Seedorf (saltato Storari in area) consente a Gilardino di firmare il più comodo dei suoi diciassette sigilli stagionali: a porta vuota e con un sinistro chirurgico. Più che procedere con provvedimenti nei confronti dei singoli tesserati, forse bisognerebbe per una volta, squalificare il dirigente che li ha spediti sull’orlo di una crisi di nervi. Oltre che sul baratro della B.