Milan a caccia dell’impresa Il bis in Champions

Stasera l'esordio dei rossoneri con il Benfica. Da quando è cambiata la formula, nessuna squadra ha vinto due volte di seguito. Gattuso: "Questo trofeo è nel nostro Dna"

Milanello - «Otra vez», un’altra volta. Pelè lo sussurra con un sorriso nello spot Mediaset a Ibrahimovic e Inzaghi che palleggiano o tirano in porta per un numero spropositato di volte. Un’altra volta. È questa l’ultima scommessa lanciata dal Milan campione, giunto di recente tre volte al capolinea della finalissima con esiti strepitosi (due successi e una beffa ai rigori nella notte stregata di Istanbul), ma a ritmo sincopato, un anno sì e l’altro no. A dimostrazione che in Champions, nel calcio dei giorni nostri, ripetersi è forse l’impresa più complicata da realizzare. «Ci proviamo anche se non ancora è tempo di scegliere tra campionato e coppa» detta adesso Carlo Ancelotti con la faccia serena di chi sa di avere molte medaglie sul petto senza aver esaurito la missione. Che è poi quella di sempre: vincere e convincere, soprattutto in Europa e nel mondo. Come ricorda Ringhio Gattuso in una scoppiettante intervista a El Pais, primo quotidiano di Spagna, quando sostiene che la coppa Campioni è nel dna dei rossoneri, «trasmesso direttamente da Silvio Berlusconi». E come sottolinea lo stesso Ancelotti quando scandisce le priorità della real casa.

«La Champions con il mondiale per club sono i primi due nostri interessi» ricorda l’allenatore che così parla e predica non certo perché si ritrova a meno 4 dal primato della Roma dopo appena 3 turni in campionato. No, perché la stessa classifica è quella compilata dal presidente Berlusconi, ripetuta il giorno del raduno (23 luglio) dal vice-presidente vicario Adriano Galliani. Non è un vezzo ma scelta di vita che ripaga in fama e soldi. «Raddoppiare la Champions è il mio pensiero fisso, mio e dei compagni di squadra i quali, di solito, dinanzi alle difficoltà, si esaltano» chiosa Kakà con quel sorriso da bravo ragazzo che incanta le mamme, le figlie e anche le difese continentali da cui risulta non certo più rispettato. «Non mi dispiacerebbe replicare il successo da capo-cannoniere del torneo» scolpisce il giovin brasiliano assediato dagli sponsor giapponesi oltre che dai cronisti a caccia di dichiarazioni e magari dettagli precoci sul rinnovo del contratto ancora da limare in molte cifre e in qualche capitolo.

Ancora una volta, allora. Il Milan prova l’ultima acrobazia, rivincere l’anno dopo, impresa - da quando la coppa dei Campioni è diventata Champions League - mancata dalle grandi armate continentali. Non è successo a nessuno, segno che il trofeo logora l’anno dopo. Per esempio il Barcellona ha rischiato di uscire addirittura al primo turno, nei gironcini l’anno passato. «È il nostro grande stimolo» confessa Ancelotti. Il Milan è arrivato in finale negli anni dispari (2003, 2005, 2007), negli anni pari si è perso per strada per reggere alla cavalcata tricolore (2004), oppure ha retto sui due fronti cavandone atroci beffe (superato dalla Juve, sorvoliamo sul modo, in campionato e soggiogato dal Liverpool in Champions). La lunga cavalcata comincia in una serata umida e forse piovosa, a San Siro, dinanzi a un vecchio e caro amico, definito qui «una persona speciale» come convengono Ancelotti e Kakà che lo considera uno dei suoi ispiratori nei primi mesi di Milanello. La presenza suggestiva del Benfica fa il resto.

«Sarà uno spettacolo» giura Ambrosini che guida un centrocampo capace di recuperare, all’ultimo momento, Pirlo rimasto fermo fino a ieri mattina a causa dell’ematoma sofferto in nazionale contro la Francia (su cui ha giocato a Kiev per dare una mano a Donadoni). In attacco c’è Inzaghi. «Spero sia un attacco presente rispetto a quello assente di Siena» risponde asciutto Ancelotti a una domanda provocatoria.