Il Milan è campione d'Europa La vendetta si chiama Inzaghi

Due gol di Superpippo regalano ai rossoneri la settima Coppa dei Campioni. <strong><a href="/a.pic1?ID=180194">Berlusconi è raggiante: &quot;Pippo è di parola, aveva promesso 2 gol&quot;</a></strong>. <a href="/media.pic1?ID=163"><strong><font color="#ff6600">Guarda le immagini</font></strong></a><font color="#000000">. <strong><a href="/a.pic1?ID=180321">Stasera i campioni sfilano a Milano su un autobus scoperto</a></strong></font>

Atene - Milan settebellezze. Sette come le coppe dei Campioni che da questa mattina possono luccicare nella sua bacheca, unica al mondo per trofei collezionati. Ecco il club campionissimo d’Italia: nessuno può vantare la sua storia, la sua bravura, la sua maturità. Non è il Milan più bello, il più spettacolare: difficile fare meglio della notte col Manchester. Capita in una finale, sentita e patita, che già di suo rappresenta una conquista dopo un anno di tormenti e di guai. A due anni di distanza dalla cocente delusione di Istanbul, il risarcimento è completo e ricco. Ripaga quasi di tutto, delle critiche feroci e dei processi. Pippo Inzaghi, vecchio furfante dell’area di rigore, amico per la pelle dei gol che valgono oro, mette la firma sul trofeo che scaccia gli incubi e iscrive il Milan all’albo delle leggende calcistiche. Il primo sigillo, a fine del primo tempo, è dettato dal caso, una carambola fortunosa sulla punizione velenosa di Pirlo, il secondo da una geniale trovata di Kakà e da un dribbling chirurgico. E ora il Milan e tutti i suoi protagonisti, in fila indiana, possono salire verso l’Acropoli e godersi un trionfo che diventerà mito.
Questa non è una squadra che vince, banalmente, dal turno preliminare, la Champions league più complicata della sua carriera. No, questa è una vera, grande famiglia composta da uomini veri prima che da fuoriclasse. La guida da cinque anni un uomo mite ma saggio, come Carlo Ancelotti. Il merito arriva fino alla società e al suo grande ispiratore, Silvio Berlusconi giunto fino ad Atene per sostenere e incoraggiare i suoi eroi. Notato il siparietto con Inzaghi poco prima dell’avvio. Un Milan così ci riconcilia con il calcio. E se nella festa del popolo rossonero intonano il motivetto di Berlino è perché questo successo richiama alla memoria quello di Berlino. Questo Milan è diventato mondiale.
Il Liverpool, in campo, è come la resina che cade giù dagli alberi: si appiccica al Milan per impedirgli di muoversi. La scelta di Benitez è quella attesa, dietro la punta sostenuta da Gerrard, con due ali larghe, tutto il grumo di centrocampo e difesa fuso in un solo blocco. Smentite le storielle di Kakà lasciato al suo destino: gli costruiscono una gabbia di almeno tre maglie rosse che gli saltano addosso. Nel Milan funziona poco e male il copione preparato da Ancelotti: Seedorf è fuori dal coro, Ambrosini inutilizzato nel ruolo di frangiflutti, Jankulovski e Oddo i punti deboli dello schieramento. Dalla parte del primo si verificano i primi pericoli: un paio di interventi decisivi di Nesta, Maldini e Dida impediscono a Pennant e Zenden di fare danni. Dalla parte del secondo attaccano volentieri i reds anche se Oddo se la cava leggermente meglio rispetto al suo sodale. L’episodio decisivo matura sul finire della prima frazione. Uno dei migliori numeri di Kakà, nello stretto, viene stroncato al limite dell’area da Alonso: la punizione, calciata col giro da Pirlo, trova lungo la traiettoria la sagoma di Inzaghi per la deviazione decisiva e vincente, col braccio attaccato al busto. Quasi senza saperlo il Milan si ritrova davanti all’intervallo.
Nella ripresa, il Liverpool non si lancia avanti a testa bassa, non è nel suo stile, cerca di avanzare in gruppo mentre il Milan prova a occupare meglio gli spazi e a preparare il contropiede giusto per Kakà. Un errore di Gattuso lancia Gerrard che sfugge a Nesta grazie a un rimpallo: il suo destro ravvicinato non strega Dida che lo blocca a terra sicuro. Il capitano dei reds diventa l’attaccante più temuto dei rossoneri. E’ tempo di cambi, ormai. Benitez inserisce Kewell e poi il torrione Crouch, si decide finalmente a giocare con due punte arretrando Gerrard. La risposta di Ancelotti è Kaladze per rinforzare la trincea difensiva e acquisire un altro saltatore in area. Appena gli inglesi riprendono fiato, il contropiede del Milan colpisce al cuore i rivali. Il merito è quasi tutto di Kakà che cesella una palla per Inzaghi con cui SuperPippo può aggirare Reina e depositare nell’angolo la seconda palletta della serata magica. L’ultima frustata del Liverpool arriva a rimorchio di un calcio d’angolo nel quale saltano in due: il capoccione vincente è di Kuyt. Gli ultimi quattro minuti, col risultato riaperto, è per gente dal cuore forte. Quello del Milan resiste fino al fischio finale e al delirio rossonero. Il Milan può portare a casa la sua settima coppa dei Campioni. Semplicemente straordinario.