Il Milan domina ma merita zero in attacco

nostro inviato a Lens
Un altro zero in condotta per il Milan. Zero in condotta offensiva, naturalmente. E così nel giro di tre giorni l’armata rossonera colleziona il secondo pari, senza gol, dopo una striscia promettente (sempre a segno nei precedenti sei episodi, tra Champions e campionato). Qui Shevchenko – a proposito: sono in pochi, tra i suoi sodali e lo staff tecnico, a rimpiangerlo e nonostante l’invito per la gran festa di compleanno a Londra, non ci saranno partenze da Milanello - non c’entra. C’entrano semmai il fiuto di Gilardino e anche la precisione, sotto porta, di Kakà che da seconda punta si procura un bel numero di conclusioni. L’esperimento, se vale il parere del cronista, è da ripetere perché può tornare utile. In Champions il Milan sale a quattro punti: avrebbe avuto la possibilità di allungare il passo, nonostante il pari di Atene gli tocca guadagnarsi la pagnotta della qualificazione nelle prossime sfide.
La sorpresa di Lilla è una di quelle destinate a far discutere. La sorpresa di Lilla porta la firma di Ancelotti che ridefinisce la sagoma tattica della squadra togliendo una punta doc, Inzaghi, per rimpiazzarlo con un centrocampista classico, Ambrosini. La suggestione è scontata: si torna al vecchio albero di Natale che molti successi addusse ai berlusconiani nell’anno dello scudetto 2004. Di fatto Kakà occupa spesso una posizione da seconda punta a sostegno laterale di Giardino trasformato in una boa capace di tenere palla per far salire la squadra mentre Seedorf si ritaglia il ruolo graditissimo di rifinitore. È da tempo che il Milan non si riadatta a tale consegna tattica e c’è bisogno di almeno mezz’ora per rendere lo schieramento compatibile con l’efficacia offensiva. E infatti solo nel finale del primo tempo, concentrati come un succo di pomodoro, il Milan confeziona un paio di golose occasioni che segnalano un risveglio promettente seguito a «torelli» di nessuna utilità. In una, nella posizione di centravanti autentico, Kakà sfugge in velocità al suo secondino, aggira largo il portiere, e si fa ribattere in angolo il destro a colpo sicuro; nell’altra, Gilardino, liberato da un assist di Gattuso (presenza numero 300, auguri), sfiora il palo lungo a dimostrazione che il giovanotto non è assistito dalla precisione oltre che dalla fortuna.
Il Lilla non è un rivale da sottovalutare. Il suo allenatore ne corregge le sbavature tradite contro il Lione apparecchiando un 4-4-1-1 che di fatto cementa l’argine difensivo e consente allo scatenato Keyta, un ivoriano di indubbie qualità (corsa e finta, non solo tiro) di presentarsi dalle parti di Dida con propositi non certo pacifici. Sono proprio i due attaccanti di origine africana (l’altro è il nigeriano Odemiwngie) a mettere alla prova la tenuta stagna di Nesta e compagnia, sorpresi in velocità e sullo spunto in area un paio di volte nei primi 30 minuti. La fortuna è che la loro mira risulta approssimativa come dimostra il medesimo Keyta intorno all’ora di gioco. A quell’ora il punto messo a segno da Seedorf, in apertura di ripresa, cancellato da un superficiale assistente dell’arbitro spagnolo, risulta dal vivo e dai filmati tv un clamoroso abbaglio. L’olandese è in posizione regolarissima: al Milan non gira bene da questo punto di vista. Succede. Meglio farsene una ragione.
E la conferma arriva dalle sequenze successive che chiamano alla ribalta il miglior Dida possibile per riuscire a disinnescare gli artigli del Lilla, capace nella seconda frazione di esprimere al meglio il proprio potenziale d’attacco. Una, due, tre volte il portiere brasiliano interviene come ai vecchi tempi, sicuro e puntuale, per mettere delle «toppe» e per reggere alla sfuriata dei francesi che hanno sufficiente benzina per reggere fino agli ultimi giri di pista, recupero compreso. A Livorno, come a Lens, stadio del Lilla in Champions league, il Milan si ferma sullo 0 a 0. Il suo attacco s’inceppa per la seconda volta consecutiva ed è questo il dato più allarmante della serata. C’è un gol buono che grida vendetta (Seedorf) ma è lecito chiedere qualcosa di più e di meglio dagli attaccanti di Ancelotti. Di certo si può concludere che il ritorno all’antico schieramento tattico, a piramide rovesciata, non coincide con una prova esaltante. Ma non è il caso di buttare il disegno in un cestino.