Milan, ma dove sei finito?

A San Siro conti da retrocessione: in casa rossonera i nodi dei limiti di una rosa stanca e logora sono venuti al pettine. Il rimedio? Uno solo: il mercato. Pirlo sbaglia un rigore. La resa dell'allenatore Ancelotti: <strong><a href="/a.pic1?ID=251479">&quot;Dovrò cambiare qualcosa&quot;</a></strong>

Milano - Nessuno tocchi Pirlo, fuoriclasse con le pile scariche e il piede algido. Un rigore sbagliato, nel finale concitato, non può essere considerato alto tradimento. A lui e agli esponenti della gloriosa razza rossonera va garantito il rispetto che si deve a chi è reduce dalla cavalcata trionfale conclusa in dicembre a Yokohama. Nessuno tocchi Brighi, l’arbitro sciagurato di San Siro, incapace di gestire sfide di tale livello. Sbaglia, sbaglia tanto, troppo (lui e i suoi assistenti) ma non c’entra con la quarta sconfitta domestica dei berlusconiani. Nessuno provi a consolarsi con la sconfitta, contemporanea, della Fiorentina a Udine, punto di riferimento nella corsa al quarto posto. Come si capisce al volo si tratta di tre dettagli che non tolgono nulla né al fragore provocato dalla caduta rovinosa del Milan.

Basta, come al solito, farsi guidare dai numeri più banali per capire quel che sta succedendo ai rossoneri. A San Siro il passo è da retrocessione, la miseria di 19 punti guadagnati sui 45 a disposizione, lontano da San Siro la corsa è da scudetto, 30 punti collezionati. Tanto divario non può essere casuale, specie se poi ci si accorge che il rendimento domestico è di poco superiore a quello di Empoli e Livorno e se si ricorda che i 16 gol confezionati a Milano sono oscurati dai 14 incassati da una difesa inguardabile anche ieri (di Oddo e Nesta le performances più deludenti). I numeri denunciano una tendenza oltre che un gravissimo limite: il Milan attuale non può permettersi di giocare con due punte più un trequartista, il suo centrocampo non regge il peso, abbandona la difesa al proprio destino e lascia varchi enormi al contropiede altrui. Prima di ieri pomeriggio, è già successo contro Samp, Empoli e Roma, puntualmente. Altri sbreghi, sempre a San Siro, contro Catania, Lazio, Parma, Fiorentina e Livorno, sono stati rammendati parzialmente da un soprassalto di orgoglio.

Su questo punto, anche Ancelotti, l’allenatore che ha meriti indiscutibili nel ciclo vincente 2003-2007, si lascia cogliere impreparato. Nessuna correzione tattica in partenza, nessuna astuzia, solo qualche cambiamento radicale all’intervallo: le mosse della disperazione. Scontata l’accusa dei tifosi ingenerosi: perché capisce poco di calcio. Nossignori, non è così. Ancelotti sa di calcio e conosce, alla perfezione, i limiti della sua rosa. Non li denuncia perchè è un aziendalista convinto, perciò viene difeso con le unghie dalla società, consapevole, quanto il proprio allenatore, dell’usura del gruppo e della necessità di trasfusione di sangue giovane. Ancelotti si comporta da conservatore sfacciato per un motivo elementare: non ha alternative convincenti al parco di centrocampisti (Emerson inutilizzabile). Per sostituire Kaladze in evidente calo, deve puntare su Maldini (suoi gli errori contro la Roma e a Catania), precettare Favalli. Persino in attacco, l’altro limite vistoso, può contare, oltre che su Pato, sul baby Paloschi e nient’altro. Gilardino è vuoto come una bottiglietta d’acqua scolata fino all’ultima goccia. Altri fattori sparsi: lo scadimento di forma di taluni top (Nesta e Seedorf), l’assenza di Kakà maturata nel frattempo, la lunga lista degli irrecuperabili per limite d’età o acciacchi diffusi. Evidente anche la caduta di tensione: toccato il punto più alto, Giappone, segue la caduta verticale. La conclusione è questa: il Milan può anche arrivare quarto, alla fine, ma i nodi sono venuti al pettine. E bisogna sciogliergli attraverso il mercato.