Il Milan a Firenze prepara la Nona

Ancelotti: «Tutti in Germania, in giugno non so per chi tiferò»

Franco Ordine

nostro inviato a Firenze

I quattro giorni che attendono al varco il Milan (oggi Firenze con le sue aperte ambizioni di scalare il secondo posto, mercoledì il viaggio nella città delle sventure, Istanbul, con la qualificazione in coppa Campioni in bilico) non lasciano traccia alcuna nel faccione disteso di Carlo Ancelotti. E neanche nei suoi umori che sono un pezzo di cielo spazzato via dal vento della serenità. Gioca Ancelotti anche sulla mancata convocazione di Costacurta («gli ho pestato un callo») e si diverte a segnalare l’euforia collettiva provocata dalla promozione di molti esponenti, da ultimi Jankulovski (Repubblica Ceca), Kalac (Australia) e Vogel (Svizzera) che si aggiungono a tutti gli altri, brasiliani e azzurri, più Shevchenko che oggi ritorna tra noi, liberato dei dolori e delle smorfie. «Abbiamo una squadra mondiale, non saprò per chi tifare a giugno» sogghigna Carletto e gioca a carte scoperte con Prandelli, «se Gilardino mi paragona a lui, lo considero un complimento», a cominciare dalla panchina dove schiera Inzaghi e Vieri insieme, per la prima volta.
Ma se il Milan, atteso al varco dai quattro giorni che possono far tremare anche dei giganti, non vacilla, forse è merito del clima procurato dalla rimonta rossonera, dalla striscia degli otto successi di fila e dagli stimoli che si colgono negli occhi di Clarence Seedorf, reduce dalla nota disavventura domestica oltre che dall’ostracismo patito in patria dagli orange. «Van Basten non mi ha mai chiamato, mai parlato, non ci può essere stato alcun equivoco tra noi due» racconta dopo aver svelato che sabato scorso, in Olanda, ebbe problemi all’antenna e non riuscì a vedere Olanda-Italia, «me ne hanno parlato gli amici» spiega prima di dedicarsi alle certezze di casa Milan. «Ancora un mese di tempo e torniamo in testa alla classifica» promette l’olandese tornato a luccicare come un cammeo in mezzo alla sabbia. «E anche in Turchia bisogna vincere», sostiene per cancellare ogni paura e dare coraggio a una squadra, attesa al varco da due trappole, una più insidiosa dell’altra, oltre che dal record della Juve (nove di fila).
Di sicuro se il Milan vola verso la Fiorentina senza avvertire perturbazioni, è merito anche di un vecchio e caro amico di Firenze che qui conserva amici e ricordi eccitanti, «vedo tutti prima di cena poi mi chiudo davanti alla tv» avverte per non cedere alla pratica emozionante della processione in albergo, «Rui torna da noi chè il Milan non ti ama» gli dicono e lui, col cuore indurito dalle esclusioni, non offre sponda. A Manuel Rui Costa intitolarono un club che adesso non c’è più, «ma restano le persone che animarono quel club» spiega il campione-gentiluomo e l’anno scorso riservarono un’accoglienza degna di Mandela rimesso in libertà, tutto lo stadio in piedi ad applaudirlo, ad applaudire la sua persona. La sua Fiorentina non c’è più, «ho sentito Batistuta, ha comprato casa, la sta ristrutturando», Cecchi Gori va ancora per tribunali e fallimenti e i paragoni non sempre resistono. «Gabriel fu un dio del gol, segnava da vicino e da lontano, su punizione, non ho mai giocato con Toni, non so dire» s’allontana circospetto da qualche blasfemo paragone. E anche adesso che pure ha recuperato un minimo di spazio vivibile dentro il recinto del Milan, si sente un torturato. «Io non parlo, non alzo polveroni ma vi posso garantire che è dura, durissima, soffro come un cane a non giocare. Non è bello vedere gli altri, che pure godono del massimo rispetto, non è bello giocare 15 minuti ogni tot, specie se uno come me proviene da un pre-campionato felice, pensavo d’essermi guadagnato un po’ di spazio in più. Stringo i denti e resisto perchè ho l’età giusta della maturità» spiega e racconta con quella malinconia che lo accompagna verso un’altra panchina. Ma se il Milan è questo qui, forse il merito è anche suo, di questo che torna a Firenze senza avere più il cavallo bianco.