Milan-Juve, le vecchie signore non si fanno nessuno sgarbo

I bianconeri prevalgono nel primo tempo. Trezeguet colpisce un palo a Dida battuto. Nella ripresa prevale il Milan con Buffon strepitoso in due interventi su Kakà e Inzaghi

da Milano

Prima la Juve, poi tanto Milan. Gli storici rivali si dividono i due tempi, le occasioni migliori e le rare emozioni. Scolpito nella pietra il pareggio che ne viene fuori. Merito di uno dei due portieri, in serata magica, Buffon, santo protettore della Signora, oltre che di Nesta, strepitoso vincitore di quasi tutti i duelli (da Iaquinta a Del Piero cancella tutti con un tratto di gomma) sul versante opposto. Ranieri continua a collezionare X nelle sfide che contano (siamo al quarto pareggio dopo Roma, Fiorentina e Inter), Ancelotti manca l’incontro galante con la vittoria a San Siro (mai vinto nel campionato) anche se nella circostanza ha pochi rimpianti da coltivare. Come si capisce, alla fine, Milan-Juve diventa la partita del voglio ma non posso che si snoda con qualche sussulto fino alla fine. L’infiammano Kakà da una parte, degno del trofeo che oggi ritirerà a Parigi, e Buffon dall’altra. Non è un caso: si tratta dei veri fuoriclasse della serata e in assoluto dei due gruppi. All’appello mancano altri, a cominciare da Pirlo e Seedorf tra i campioni d’Europa, per passare a Trezeguet e Nedved nella Juve. Alla fine è il Milan a mangiarsi le mani: Inzaghi, appena entrato, può lasciare il segno. Buffon glielo impedisce.
Gli ultrà della Juve (alla faccia degli editti dell’osservatorio) si sistemano sopra la tribuna stampa, al loro posto, nel terzo anello, uno sparuto gruppetto di papà con figli, quelli del Milan tardano l’ingresso al fine d’invocare giustizia per Gabriele.
Milan-Juve non decolla ma non c’entra il clima dentro lo stadio, naturalmente. I motivi sono altri e bisogna ricercarli in quel di deludente che apparecchiano in campo, più i milanisti in verità che gli juventini. Ranieri tiene Del Piero in panchina, nonostante il coro degli altri juventini sparsi a macchia di leopardo nello stadio, con Nedved defilato sulla sinistra solo quando difende e prova a colpire l’esibizione lenta e macchinosa dei rossoneri con un bello sfoggio di pressing. Appena Pirlo perde una palla velenosa davanti alla sua area, parte il lancio di Zanetti per Trezeguet sistemato sul fianco di Serginho e ignorato da quest’ultimo che rinviene col solito ritardo. La rasoiata del francese timbra il palo e manda tutto il Milan in apprensione.
Ancelotti, senza ricambi a disposizione, non può inventarsi granché, deve puntare ancora su Serginho (Maldini non regge tre partite in 6 giorni, Favalli è non convocato) ma è il resto della squadra che è ferma sulle gambe, capace solo di lavorare sul fuorigioco della difesa bianconera (Nicoletti assistente non ne indovina uno nel primo tempo, nella ripresa Romagnoli riesce a fare anche peggio, se è possibile) senza disegnare trame di rilievo e non realizza, in zona d’attacco, che un assolo di Seedorf seguito da un destro di Pirlo dal limite (Buffon, a terra, doma la sfera ingannatrice). La Juve è più viva, determinata, va alla guerra con gli attaccanti (Iaquinta in pressing recupera palloni preziosi) e consuma molte energie nel procurarsi varchi utili verso Dida. Non ci fossero Nesta a chiudere, tamponare, vincere duelli decisivi, e Kakà a far girare la testa a Legrottaglie e compagnia (lui, Zebina e Chiellini prendono tre gialli per frenarlo), sarebbero dolori per il Milan. Che nella seconda frazione ha la stessa macchinosa partenza (Sali sorprende Serginho, lo semina e chiama Dida a una vera prodezza) prima di prodursi in un paio di fiammate che sembrano in grado di incenerire la Juve. Su una (girata al volo in area di Kakà), Buffon fa il mostro (istinto e talento lo assistono) prima del tapin di Gilardino, partito da posizione di fuorigioco (gol tolto), sull’altra (percussione del Pallone d’oro scatenato), Legrottaglie tiene per i pantaloncini Gilardino provocando la protesta simultanea di tutta la panchina rossonera (la trattenuta c’è, forse è modesta).
I cambi effettuati sono un’altra occasione per scavare la differenza tra le due ex potenze d’Italia e il loro passato. Nel Milan c’è spazio per Inzaghi e Maldini, nella Juve matura il tempo per Del Piero (Iaquinta nel frattempo si sgonfia) e Marchionni. Pippo si presenta (su lancio del capitano effettivo, Paolo) dalle parti di Buffon e ne risulta stregato sparandogli addosso la munizione, dall’altra parte Nedved chiama Molinaro a una imboscata senza considerare la qualità tecnica, discutibile, del sodale. Il finale è come un incontro di boxe con i due pugili che si riparano alle corde per evitare conseguenze più gravi. Nel Milan si lancia in un feroce assalto all’arma bianca anche Maldini, oltre a Inzaghi, nella speranza di ricavarne profitto. È sua la chiusura, con la Juve in evidente e curioso affanno.