Milan Kunc, sogni surrealisti sospesi tra ironia e malessere

Esposti circa venti lavori, dal 1986 al 1994

Marta Bravi

È un mondo onirico quello che vive al di là delle vetrine della galleria SantaMarta, che ospita fino a fine gennaio una mostra retrospettiva su Milan Kunc. Una ventina di disegni, dal 1986 al 1994, proprio quelli che consacrarono l’artista ceco al successo internazionale. Varie le suggestioni che emergono dalle opere surrealiste, caratterizzate da un tono ironico e giocoso allo stesso tempo: come in «New Yok keys» le chiavi che aprono New York o che, piuttosto, imprigionano per sempre chi entra nella metropoli. O come in «Texas» dove il cavallo in primo piano richiama il prototipo del moderno cow boy americano alla Marlboro Country con tanto di Texaco e Mc Donald sullo sfondo. In «Close to despair», l’artista «chiude il discorso» alludendo alla disperazione cui ci porta il bombardamento mediatico e la frenesia della società attuale. All’orizzonte si scorge la statua della Libertà, una rotaia, forse l’unica via di fuga, che si interrompe bruscamente a strapiombo sul vuoto, in primo piano un teschio composto da oggetti e particolari: un’antenna della televisione, una sega, funghi, un balcone con delle piante, una stampella, il teschio di un animale, la tastiera di un pianoforte. Il richiamo a Dalí in questo carboncino è fortissimo, così come l’atmosfera allucinata e inquietante che trasmette, a un passo dalla disperazione, appunto.
Le critiche di Kunc toccano anche il consumismo imperante in molti campi. In «Ecology pop» il rimando è sottile: si vede la lisca di un pesce che nuota sott’acqua, una fila di macchine e di fabbriche da cui esce una coltre di fumo a forma di Topolino, su tutto domina la scritta Ecology pop intrecciata a fiori e simboli. Si parla tanto di ecologia, sembra voler dire Kunc, ma si pretendono anche certi lussi, il «pop», di cui inevitabilmente bisogna pagare il prezzo. Un altro accenno al consumismo, di più immediata interpretazione, è «Model Shiva»: una coloratissima dea Kalì al centro del disegno a pastelli è contornata, assalita più che altro, dai simboli delle grandi griffes, dai diktact che la società del denaro ci impone. «Tristezza» e disagio sono le conseguenze. Come testimonia la punk, con la testa rasata, il filo spinato al collo e una grossa ferita sul braccio, provocata da una bottiglia rotta che si scorge sullo sfondo. Un richiamo al femminismo, alla ricerca dell’identità, simboleggiata dal punk che non sa nemmeno se essere uomo o donna.
Galleria SantaMarta, via Santa Marta 19, dal martedì al sabato, ore 10-19.30.