Il Milan come l’Araba Fenice Vuole risorgere in Champions

Rossoneri contro il Celtic a Glasgow per scordare le delusioni del campionato. Ancelotti: "Sotto pressione diamo il meglio", poi smentisce una lite con Kakà

Glasgow - Sembrano due saggi appena ridiscesi dalla grande montagna, dopo una notte di riflessioni. Uno è il vice Berlusconi, scortato da un sorriso d’ordinanza e da una sicurezza mai contaminata dal disastro del campionato. Detta Adriano Galliani, prima di imbarcarsi sul volo per Glasgow: «Il Milan è come l’Araba Fenice, capace di risorgere dalle proprie ceneri». E via col pistolotto sulla memoria corta dei critici, sui trionfi recentissimi di Atene e Montecarlo. Fondata, a tal proposito, l’obiezione sullo scarso interesse della real casa per lo scudetto: tricolore vinto nel 2004, nei due tornei successivi testa a testa con la Juve di Capello e sappiamo bene come lavorasse con cura, dietro le quinte, quel «marpione» di Moggi. L’unico flop autentico è quello dell’anno passato, spiegato dalla penalizzazione, il mercato dimezzato e sbagliato (Oliveira invece di Suazo, i contratti di Zambrotta e Buffon restituiti al mittente).

Sull’attuale l’inizio non promette niente di buono. A Galliani si aggiunge frate Ancelotti da Milanello: «Io sono preoccupato e non allarmato. Pre-occupato nel senso che mi preoccupo in anticipo». Svicola sul summit di lunedì mattina, («non facciamo ridere»), gioca sul dissidio inesistente con Kakà («ci sarà un regolamento di conti») e scaccia via ogni censura che riporti in qualche modo anche al suo lavoro. Molti ex rossoneri, da Giovanni Galli a Ielpo, ritraggono una squadra «indisciplinata» tatticamente e Ancelotti, per tutta risposta, un po’ smentisce e un po’ conferma: «Indisciplinata no, solo che nei momenti di difficoltà perdiamo la strada maestra del gioco».

Stasera, qui a Glasgow, nella bolgia del Celtic Park, forse non è il caso di fare molta filosofia ma di cancellare le ansie e le lacune tradite in campionato con una prova di quelle che ricaccino in gola aggettivi acuminati come frecce. La sindrome da appagamento una delle principali motivazioni del degrado subito dai campioni d’Europa nei mesi successivi al trionfo di Atene. Aggiunto alle distrazioni difensive, settore nel quale manca la figura carismatica di un leader, del regista.

Paolo Maldini rientra dopo la sosta, Kaladze è ai box, non si può aspettare che Costacurta si rimetta gli scarpini, Nesta (bloccato da una gastroenterite, recupero probabile) deve guidare il giovane Bonera e tutti gli altri, portiere compreso, devono aprire gli occhi. «Quando è sotto pressione, questa squadra fa sempre bene», la convinzione di Ancelotti si concilia con i precedenti e anche con le migliori tradizioni del calcio italiano (ricordarsi di Spagna ’82 e Germania ’06). Facendo poi rima con la Champions league, torneo nel quale questa sera i rossoneri timbrano il cartellino numero 200 della loro gloriosa carriera. La partenza, felice, col Benefica è l’unica buona novella della nuova stagione, accompagnata dall’eco dei giudizi sul conto del giovanissimo Pato, per la prima volta al seguito, da turista, come per fargli respirare il clima della contesa e fargli ascoltare la musichetta che piace tanto alla compagnia rossonera.

«Magari la metto sul mio telefonino», promette Galliani, consapevole che quello di stasera è un passaggio delicato verso il futuro, che vuol dire recupero di Ronaldo, viaggio a Tokio e tante altre cose ancora.
Il Milan non può sbagliare serata qui a Glasgow dinanzi al Celtc fermato due volte sullo 0 a 0, risultato che autorizza Inzaghi a una battuta delle sue («avete capito perché non ho mai giocato a Glasgow?») mentre l’ex di turno, Donati, avvelenato quanto basta, declina ai suoi i pericoli da cui guardarsi. «In questo momento sono Kakà e Seedorf», insiste. Come per dire: gli altri non esistono o quasi. Specie l’attaccante di turno, Inzaghi (che Gilardino, poverino, ha la faccia di un monaco birmano). Oppure il portiere, Dida, recuperato al culmine dell’allenamento-test di ieri sera. Strachan è nei guai: battuto in Ucraina (0 a 3 dallo Shakhtar) senza l’attaccante principale, l’olandese Vennegoor, con Nakamura in forse, deve votarsi a qualche santo. Definisce Kakà «un genio» e naturalmente ripensa agli ottavi di febbraio, decisi da una volata del brasiliano (presenza numero 50 stasera) per il quale l’agenzia di scommesse Totosì non accetta più giocate sulla vincita del Pallone d’oro. Di solito, lui e Ancelotti, fanno lite in privato, dentro gli spogliatoi e pace in pubblico, davanti a una gemma di gol.