Il Milan non c’è, Kakà ricompare in tempo

nostro inviato a Bergamo
Fosse stato il Milan di Fabio Capello o quello, ancora più leggendario, del paron Nereo Rocco, i giornali di ogni tendenza avrebbero scritto: superba lezione di contropiede. E invece, poiché il gusto dei critici, oltre che il calcio italiano, è fortunatamente cambiato, dalla tribuna stampa di Bergamo possiamo in coro testimoniare: il Milan passa a Bergamo grazie ad una isolata imboscata e discutibile merito complessivo. Anzi a scavare la differenza, prima della stoccata di Kakà, provvedono i piedi insensibili degli atalantini e la loro mira sballata. In particolare il più ispirato dei locali, Cristian Doni, capitano e leader del gruppo, si macchia di una serie di sventurate conclusioni che consentono al Milan di salvare la pelle e attendere momenti migliori, maturati nella ripresa, senza cedimenti strutturali. Non è la prima volta che succede, lontano da San Siro, diventato dopo la partenza falsa col Bologna il territorio affidabile delle sue conquiste in serie (Lazio, Inter e Samp). Evidenti gli affanni traditi a Reggio Calabria e Cagliari nelle settimane precedenti: fuori casa il Milan balbetta, se si escludono i due successi in Uefa, in Svizzera e in Olanda.
«Squadra troppo timorosa, più giusto il pareggio» sostiene Ancelotti che non ne gradisce le cadenze ma resta inerte per tutto il primo tempo. Decisivo il cambio di Ronaldinho con Pato a metà ripresa. Il giovanissimo brasiliano, che ha il turbo ai piedi, espone Cigarini a un grave infortunio (distorsione al ginocchio sinistro) e corregge di misura un rilancio vecchia maniera di Maldini trasformato in contropiede fulminante da Borriello. Più fiducia a Pato farebbe bene anche a Ronaldinho, ieri precipitato a livelli scadenti.
Imbarazzante l'esibizione milanista del primo tempo contro l'Atalanta, una furia di squadra per mezz’ora, capace di procurare brividi lungo la schiena di Abbiati e Maldini, due isolati oppositori non travolti dal tifone neroazzurro. Due volte Doni si ritrova con la palla che può spingere la sfida sul binario giusto e due volte s'impappina come un chierichetto davanti a Sabrina Ferilli in bikini mozzafiato. Appena finisce la burrasca e comincia una seconda sfida a ritmi meno forsennati, il Milan rimette fuori la testa dalla sua tana. Borriello esercita il sinistro da fuori area, Emerson smarca Zambrotta scattato sulla destra e incapace di centrare la porta: timidi segnali di risveglio si accompagnano ai segni, evidenti, della stanchezza atalantina. Correre in quel modo, per 45-60 minuti, aggredire e ripartire a cento all'ora, impone all'Atalanta una salute di ferro, oltre che una precisione chirurgica. Così quando si accende la "spia" del carburante, Del Neri non può che far ricorso ai sostituti della sua panchina: Cerci e Valdes sono risorse ridotte.
Fosse capitato a Rivera o a Savicevic quel che capita qui a Bergamo, a Kakà, molti cantori avrebbero concordato: trattasi di un campionissimo. Perché anche il celebrato capitano di un altro tempo, il mitico Gianni, con il numero 10 sulle spalle, riuscì a volte a salvare la faccia con un golletto dei tanti seminati lungo una luminosa carriera. Quel che capita al Pallone d'oro in carica gli vale come salva-condotto per un voto sufficiente evitandogli una solenne stroncatura. Fino al gol non gli riesce praticamente niente: né un dribbling, né una triangolazione, né un tiro. E invece Kakà torna a galla proprio quando Borriello gli apre un varco e lui s'infila come una scimitarra, facendo a fette la difesa bergamasca e il portiere Coppola, senza colpa alcuna nell'occasione.
La storia lo insegna: le stagioni col segno più si presentano sotto forma di sfide vinte senza grande merito. Capita alle formazioni ciniche e spietate. E il Milan di Ancelotti non lo è di sicuro. O gioca bene e merita largo, oppure fatica. Forse si tratta solo di una parziale riparazione del destino dopo le sconfitte subite nei mesi precedenti dall'Atalanta, qui a Bergamo e a San Siro. Di fatto spinsero fuori dalla Champions il Milan: un danno da 25 milioni di euro. Ora il vento soffia sulle vele di Ancelotti. È in arrivo anche Beckham cui Galliani dedica una un'altra battuta: «Non so se giocherà, dipende dal tecnico, c'è anche il derby in quel periodo. Fosse disponibile Brad Pitt, farei tesserare anche lui per richiamare le donne allo stadio». Come dire: tutto serve per far luccicare gli ottoni del club e per incendiare il prossimo derby.